Mitezza come parola chiave del nuovo lessico politico. Invocata da più parti, e in zone diverse della geografia culturale, si presenta come l’antidoto all’arditismo quale cifra dominante dell’ultimo ventennio. La svolta mite di un paese stanco di guerra è il titolo di una riflessione di Ilvo Diamanti sui recenti risultati delle elezioni amministrative. Una “svolta mite” ribadita dagli ultimi referendum. Eroe mite appare il nuovo sindaco di Milano, proprio nella cittàculla d’una politica muscolare e gridata. Così come altrove ha trionfato lo stile pacato dei nuovi sindaci e delle campagne referendarie condotte con il sorriso e l’ironia. La mitezza come virtù civile necessaria è rilanciata in innumerevoli saggi. Di “nazione mite” scrive Paul Ginsborg in Salviamo l’Italia, nel solco tracciato fin dal 1993 con il “diritto mite” da Gustavo Zagrebelsky, il quale ha riproposto anche in interventi recenti la sua riflessione sul rapporto tra mitezza e democrazia.In Sinistra/Destra. L’identità smarrita Marco Revelli la indica come principio costitutivo di un nuovo codice genetico della sinistra. E Giovanni De Luna in La Repubblica del dolore ne fa il cardine d’una rinnovata religione patriottica e d’un nuovo Pantheon di “eroi fragili”.

 Ma cos’è questo richiamo alla mitezza che attraversa la penisola nelle diverse mappe ideali? E com’è stato possibile che la “virtù impolitica” per eccellenza – così la definì Norberto Bobbio quasi trent’anni fa – sia diventata la più forte delle categorie politiche (e difesa come tale dal presidente Giorgio Napolitano in occasione d’un recente convegno dedicato ad Antonio Giolitti)? Per Bobbio si trattò d’una svolta nel percorso intellettuale. A ricordarcelo è Revelli in un saggio uscito su MicroMega, nel quale ricostruisce la genesi di Elogio della mitezza, scritto nell’83 per una conferenza e pubblicato dieci anni dopo – non senza riluttanza – sulla rivista Linea d’Ombra. Il filosofo del diritto e il teorico della politica cedevano il passo al pensatore morale, inducendo molti a collocare quel singolare testo tra i suoi scritti più inattuali. Ma al di là delle dichiarazioni dell’autore – è la tesi sostenuta da Revelli – la scelta di quella virtù impolitica possedeva una sua «intrinseca e non arresa politicità». Quantomeno «essa esprimeva un implicito ma radicale messaggio di critica della politica presente, forse di più: di contrapposizione netta, assoluta, nei confronti di quella forma della politica che egli vedeva andare emergendo nello stile e nei comportamenti, nei linguaggi, nella stessa nuova, e volgare, antropologia degli homines novi». Questo vale per il 1993, preludio del berlusconismo, ma anche per la deriva craxiana già manifesta dieci anni prima, anticipatrice – scrive Revelli – d’un diverso costume, “personalistico” e “spettacolare”, e del “culto del capo carismatico”, caratterizzato da atteggiamenti sempre più “arroganti” e “protervi”.

Ma cosa intende Bobbio per mitezza, adottandola come virtù prediletta e sottolineandone la specificità tutta italiana sul piano linguistico («mite e mitezza sono parole che solo l’italiano ha ereditato dal latino»)? Spiega Revelli: «La prima definizione che propone è “l’unica suprema potenza” che consiste “nel lasciare essere l’altro quello che è”. Atteggiamento che non è disinteresse o estraneità, ma è la forma più alta di coinvolgimento e di reciprocità». Il carattere rivoluzionario della mitezza affiora soprattutto dal confronto con le inclinazioni opposte, “l’arroganza”, “la protervia” e la “prepotenza”, ma essa non deve essere confusa con la “remissività” né con la “cedevolezza” né con la “bonarietà”. «Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio. Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio contro chicchessia». Il mite, in sostanza, «può essere configurato come l’anticipatore di un mondo migliore», e in questa definizione Revelli riconosce il carattere “attivo” di una virtù tra le meno praticate del Novecento. «Ed è utile rileggere oggi», suggerisce Revelli, «la lista delle virtù che affiancano la mitezza: l’umiltà, la modestia, la moderazione, la verecondia, la pudicizia, la continenza, la sobrietà, la temperanza, la decenza, l’innocenza, la semplicità. Fa quasi impressione alla luce di quanto è accaduto negli ultimi anni nei  palazzi e nello spazio pubblico del potere».

Sul carattere pubblico della mitezza insiste anche Ginsborg. A una visione della politica ispirata da Machiavelli – in essa non v’è spazio per il «mite» agnello – contrappone quella di Cattaneo per il quale la politica è la scienza dei rapporti sociali e «la mitezza, essendo virtù sociale, vi rientra pienamente». La fedeltà alla mitezza, ha sostenuto di recente Zagrebelsky, non è rifugio consolatorio ma implica una vera contrapposizione a una politica che si alimenti di violenza. Oggi la mitezza – sostiene De Luna – è evocata come fortissimo antidoto all’arroganza e alla sopraffazione del potere, ma è anche una proposta alternativa alla deriva rissosa e rancorosa che rischia di sommergere le nostre istituzioni. Non è un caso, aggiunge Revelli, che abbia trionfato proprio nella città che aveva dato origine a un modello antropologico agli antipodi, lo stesso fiutato da Bobbio prima di scrivere il suo Elogio. «Mitezza anche come incrocio di sorriso e ironia, l’uso di un linguaggio diverso che all’invettiva e alle fabbriche del fango replica con le armi dell’humour. Mario il Mago ha esaurito la sua magia. E la reazione dei cittadini non è stato l’urlo ma il sorriso di chi guarda un giocattolo rotto». Qualcuno associa la mitezza alla “forza tranquilla” di Mitterrand, secondo un fortunato slogan inventato da Jacques Séguéla. «Ma la “forza tranquilla”», obietta Revelli, «evoca una rassicurazione che arriva da una figura del potere: il leader rassicura il proprio popolo rispetto a se stesso. È un messaggio che dall’alto scende verso il basso, mentre la mitezza che oggi vince in Italia è un messaggio orizzontale, tra individui che ricominciano a comunicare dopo decenni di separazione.

La Milano da bere di Craxi e Berlusconi beveva in solitudine, questo di oggi è un paese che s’incontra nelle piazze».L’impatto comunicativo della “mitezza” è confermato anche da una pubblicitaria esperta come Annamaria Testa, che ne rivendica il carattere civile e spontaneo. Non uno slogan progettato a tavolino da un sapiente stratega di marketing politico, ma una forza che spontaneamente emerge dal basso. «L’aspetto più interessante del trionfo della mitezza, che però io preferirei chiamare “civiltà”, è il suo tratto non progettuale e incontrollabile. Un allineamento spontaneo su un registro diverso da quello dominante che alle grida scomposte preferisce la parola misurata». Mitezza non come slogan comunicativo ma capacità dei leader di mettersi in gioco come persone, non più personaggi. «La mitezza si scopre politica agli occhi degli stessi politici», sostiene Revelli. «Nelle ultime campagne, essa è stata declinata con la lealtà, anche questa una qualità che Machiavelli non avrebbe mai annoverato tra le virtù politiche. Ma la lealtà verso i compagni è un’attitudine da rilanciare nello spazio pubblico. L’ostilità verso chi ti sta vicino può condurre all’agonia: la sinistra politica dovrebbe trarne una lezione».

 

Simonetta Fiori      la Repubblica  27 giugno 2011

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