Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell’altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un’eccezione sia pur frequente, bensì una regola. Diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, che quasi ci si attende già prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive. Questa assuefazione che conduce all’indifferenza è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo.

È giusto ma è anche facile accusarci di questa insensibilità, che riguarda pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe e tutti o quasi tutti coloro che eventualmente le leggeranno. Diversamente da altri casi, in cui l’indifferenza o la livida ostilità si accaniscono sullo straniero, sul miserabile, su chi ci è etnicamente o socialmente diverso, in questa circostanza la nostra insensibilità non nasce dalla provenienza e dall’identità a noi ostica di quelli annegati. Nasce dalla ripetizione di quei drammi e dall’inevitabile assuefazione che ne deriva. Anche se, per sciagurate ipotesi, ogni giorno le cronache dovessero riportare notizie di soldati italiani caduti in Afghanistan, la reazione, dopo un certo tempo, si tingerebbe di stanca abitudine. Pure atroci delitti di mafia vengono a poco a poco vissuti come una consuetudine. Non si può sopravvivere emozionandosi per tutte le sventure che colpiscono i nostri fratelli nel mondo; pure la commozione per qualche delitto particolarmente raccapricciante, ad esempio l’efferata uccisione di un bambino, dopo un certo tempo orribilmente si placa; la notizia è stata assorbita, non scuote più l’ordine del mondo né il cuore. L’assuefazione — alla droga, alla guerra, alla violenza — è la regina del mondo. «Bisogna pur vivere — si dice in un romanzo di Bernanos — ed è questa la cosa più orribile».

Forse una delle più grandi miserie della condizione umana consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo — perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali — non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere — non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona — che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali.  Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l’umanità astratta e l’astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia — schernita come fredda e ideologica — è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare.

 

Claudio Magris       Corriere della Sera  4 giugno 2011

 

 

Lilith, il male è l’indifferenza

La mitologia ha sempre costituito un prezioso ponte tra interiorità dell’essere umano e vissuto quotidiano, tra rilettura del passato e comprensione del presente, tra universale e particolare.  La mente umana è stata capace fin da tempi antichissimi di cogliere l’essenziale che sta dietro i piccoli e i grandi eventi di ogni giorno e della storia e di rielaborarlo attraverso l’invenzione di personaggi mai esistiti ma vicinissimi a ciascuno di noi. E questo grazie a una narrazione fantastica che è sempre più aderente al reale di qualsiasi cronaca. Un mito nasce perché coglie ciò che non cambia nel mutare degli eventi, ma poi il mito cresce, si sviluppa, si trasforma, si adatta a lingue e culture diverse, conservando gli elementi fondamentali e variando nomi, immagini, colori, suoni. L’uomo così ritrova costantemente se stesso, i propri limiti e le proprie potenzialità, si riconosce parte di un’umanità che lo supera e nel contempo protagonista di una unicità irripetibile. È la sensazione che ho provato leggendo Viaggio verso la fine del tempo di Luciano Violante (Piemme, pp. 188, 16), un’opera in versi che narra l’«Apocalisse di Lilith», la mitica prima moglie di Adamo che, rifiutando una posizione di sottomissione al maschio, finisce maledetta da Dio. Poco importa quanto nella avvincente narrazione di Violante sia stato effettivamente ripreso dall’immaginario che nel corso dei secoli ha colorato di tinte diverse la vicenda di Lilith.

 Paradossalmente mi pare persino che la stessa tematica della rivolta contro la disuguaglianza maschio-femmina – propria del mito di Lilith – non sia al centro di questo lavoro. Mi pare piuttosto un efficace pretesto per concentrare l’attenzione del lettore su quanto sta davvero a cuore all’autore, così come lo esplicita egli stesso: «Il filo conduttore del viaggio di Lilith è quel particolare male che consiste nell’indifferenza alla vita degli altri». Violante, già magistrato e parlamentare, in fondo si è sempre preoccupato di lotta contro il male e di ricerca del bene comune, attraverso i due poteri statali quello giudiziario e quello legislativo – a questo predisposti. Eppure nelle sue pagine non si respira nulla di dogmatico o di apologetico, solo un desiderio di parlare «della verità e della giustizia e della cura della vita per gli altri», perché «la lotta che insieme con Dio è necessario combattere» è sì «contro il male», ma il volto che questo assume è innanzitutto «l’ indifferenza che separa gli uomini dalla loro umanità». In questo senso Lilith non afferma cose straordinarie ma, come un’autentica figura mitologica, fa risuonare con accenti convincenti parole che rischierebbero di scivolare via nel già noto della nostra esistenza. Chi infatti non sa, per esempio, «che il bene va costruito ora dopo ora nella durezza della vita quotidiana»? Eppure quanto spesso contraddiciamo questo con le nostre azioni e persino con le parole. Questo straordinario viaggio nell’ordinario – in cui Lilith incontra i personaggi più diversi, dal capitano Achab alle vittime di Stalin e dei lager, alle donne abusate, fino a Gesù di Nazaret sotto processo a Gerusalemme – terminerà da dove è iniziato: «accanto al Signore / se il male non prevarrà». In mezzo, tutta la fatica di chi deve giorno giorno imparare «a prendere cura dell’altro», per abitare un mondo degno della grandezza dell’uomo, un mondo dove non domina «l’indifferenza nei confronti dell’altro».

 

Enzo Bianchi       La Stampa  4 giugno 2011

 

vedi: GLI INDIFFERENTI E GLI UOMINI MEDI

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