Che diventi Beato e poi Santo è abbastanza naturale e scontato. Sulla base degli stessi criteri da lui introdotti: basterebbe la «santità generica», in base alla quale ogni cattolico probo potrebbe aspirare agli altari, e soprattutto la straordinaria inflazione di santi e beati da lui promossi. Sotto il suo lungo pontificato il numinoso della cattolicità è divenuto sovraffollato quanto nessuna religione pagana del tempo antico aveva osato immaginare. Perché «fare un santo» non è come concedere una croce di cavaliere che non si nega a nessuno, ma significa affermare e riconoscere una presenza sovrannaturale operante nella vita dei fedeli. L’ampolla del sangue con anticoagulante, conservata come reliquia, suggerisce meglio di ogni altro dettaglio come il suo lascito sia stato anche una concezione del sacro arcaica, celata dietro la modernità sfavillante della sua presenza. L’approdo a una religione adulta che era stato il sogno di moltissimi nella stagione conciliare è stato messo in forse e poi radicalmente sovvertito nella prassi del suo pontificato. Il bagno di folla per la santificazione di Padre Pio era la traduzione plastica del distacco definitivo dalla spiritualità conciliare, portando sugli altari quello che Giovanni XXIII aveva definito nel suo diario «idolo di stoppa», adorato da «masse istupidite e sconvolte».

Ma bisogna tornare con la mente a quello straordinario 1978, «l’anno dei tre papi» e della svolta finale dopo un imbarazzante interludio. Pochi ricordano il suo predecessore, anche lui eletto in conclave rapidissimo, «giovane» e destinato a durare nelle intenzioni di una Chiesa che mostrava evidente la volontà di superare i dubbi («amletici, si disse) dell’ultimo Montini in direzione di una popolarità di grana grossa e della riproposizione, molto semplicistica, di una dimensione pastorale che sembrava collegarsi molto più al terzultimo patriarca di Venezia divenuto pontefice che non al penultimo, a papa Sarto assai più che a papa Roncalli. Questo episodio è forse a ben vedere il più sconcertante nella storia della Chiesa del Novecento, per tutte le implicazioni che conteneva, e soprattutto perché rivelava la tentazione di ristabilire un rapporto con il mondo, dopo i turbamenti del Concilio, sulla base del ritorno rassicurante alle certezze di una fede modellata sul modello di una vecchia parrocchia della provincia italiana. Era certo Albino Luciani un Papa-parroco che «sorrideva, come molti ricordano, ma qualcuno ricorda anche i dialoghi inquietanti col bimbo sulle ginocchia in tema di «mamme che ammazzano i bambini». La scelta definitiva stupì tutti per la sua novità: non solo un papa «straniero» dopo molti secoli, ma un papa interprete di una cattolicità diversa, militante ma lontana dalla politica politicante della Curia romana, testimone di drammi storici di enorme portata e di un senso non più angusto della dimensione della Chiesa e dei suoi problemi. Che abbia fatto «cadere il comunismo» è una leggenda a cui solo in Italia e in Polonia si presta fede. Ma quel richiamo insistito alla «dignità dell’uomo», ricorrente nei primi anni e nell’italiano incerto dei primi discorsi, rimane la tematica che ne avrebbe caratterizzato più profondamente il solco scavato nella storia della Chiesa. Il suo pontificato incorporava i diritti dell’uomo nella radice stessa della concezione cattolica del mondo e della società: diritti non più osservati con diffidenza o contrapposti ai «diritti di Dio», ma, appunto, riconosciuti nella veste di essenza della dignità umana, assunti quale base concreta di un nuovo discorso universale. Su questo terreno iniziale, e nel ritrovato impegno di condanna della guerra in sé degli ultimissimi anni, l’opera di Giovanni Paolo portava al suo sviluppo coerente il senso di un Concilio per tanti aspetti assunto come irreversibile, ma pure, e al tempo stesso, rimodellato e a tratti stravolto nel corso del tempo. Oggi, a distanza di sei anni, comprendiamo meglio cosa è diventata la Chiesa dopo il quarto di secolo ed oltre di Giovanni Paolo. Scomparso lui, ci si è resi conto di quanto già si sospettava: che alle piazze piene corrispondevano le Chiese vuote.

 Veniva dalla «Chiesa del Silenzio», ma ha finito per ridurre al silenzio la Chiesa, dove la centralità della figura del pontefice (lasciati alle spalle tutti i rovelli sulla «collegialità» che avevano tormentato Paolo VI) e la sua straordinaria esposizione mediatica hanno come assorbito e prosciugato la Chiesa stessa, svuotando ogni dibattito possibile, ogni ricerca ansiosa e collettiva che è ormai lontano ricordo della stagione conciliare. «Non abbiate paura»: era la frase più ricorrente e memorabile della sua oratoria. Ma la Chiesa che ha lasciato sembra dire: «Abbiamo paura di tutto». Il clima immediatamente successivo alla sua scomparsa ne era testimonianza. La Chiesa della Pacem in terris aveva dichiarato di non avere più «nemici» tra gli uomini. Ma qui era vistoso il «ritorno del nemico», già operante sotto Giovanni Paolo, e prefigurato dalla riscoperta del demonio nell’ultimo Montini. Si pensi all’elenco impressionante di -ismi da condannare contenuto nel discorso pro eligendo pontefice del suo successore. Eppure la Chiesa non ha oggi veri nemici, paragonabili a quelli di un tempo, e forse ha troppi amici interessati. Il suo vero nemico sembra essere l’indifferenza, che la Chiesa sembra costruirsi da sé, e che non può certo combattere con la denuncia del «relativismo». Il tratto fondamentale della Chiesa di oggi è il suo sentirsi Chiesa di minoranza. Una scelta già operante sotto Wojtila ma come nascosta dalla straordinaria preminenza del personaggio. E’ una scelta drammatica nella disposizione d’animo della Chiesa verso il mondo. La «riconquista cattolica» era cominciata alla fine dell’Ottocento, ma si era mossa – non solo in Italia – nella consapevolezza di rappresentare il «paese reale»; ora si è consapevoli invece di essere minoranza. Situazione abitudinaria per molti paesi, ma per noi difficile da elaborare in tutte le sue implicazioni, nuove per la società italiana. Si è aperto di fatto un nuovo contenzioso con la modernità. Il precedente è durato oltre un secolo e mezzo, e in esso la Chiesa si è a lungo come inabissata, praticando un rifiuto via via stemperato dalla disposizione, sia pure guardinga, al dialogo. Eppure il nuovo confronto con questa modernità richiederebbe un ripensamento complessivo, umile e profondo, non necessariamente all’insegna del «nuovismo». In una istituzione religiosa che è ormai bimillenaria, e che ha certo cambiato il mondo ma ancor più è stata cambiata da esso, le vere rivoluzioni assumono per necessità la forma della restaurazione di qualcosa di antico che è andato smarrito nel tempo, quasi seppellito dalle tante strutture e ramificazioni che si sono edificate nel corso dei secoli, come un tesoro sepolto che va riportato alla luce. Tale era la disposizione profonda di Giovanni XXIII e della sua renovatio ab imis e che proprio per questo riuscì ad essere rivoluzionaria. Ma per fare questo ci vorrebbe un Concilio nuovo. E un Papa dalla spiritualità molto diversa da quella che si è affermata a cavallo dei due secoli. Un Giovanni XXIV, o addirittura un Francesco I, quel nome che nessun Papa ha mai avuto il coraggio di assumere.

 

Gianpasquale  Santomassimo       il manifesto  30 aprile 2011

 

 

Un silenzio che turba gli osanna

La beatificazione di Giovanni Paolo II solleva problemi di metodo e di merito; perciò ci sembra bene parlarne, tanto più che, salvo rare eccezioni, i grandi media, in Italia almeno, hanno seguito festanti la corrente di chi, nell’aprile del 2005, ai funerali di Wojtyla innalzò il cartello con scritto «Santo subito». Vi è, anzitutto, un problema che non riguarda la beatificazione in sé, ma il giorno scelto per proclamarla: il Primo maggio, festa dei lavoratori e, a Roma, nel pomeriggio, ormai da anni appuntamento musicale per tantissimi giovani. A parte la non facile gestione, per la città, di due eventi contemporanei che, nell’insieme, attireranno molta gente, si ha l’impressione che le autorità ecclesiastiche, per esaltare un papa mediatico come fu Giovanni Paolo II, abbiano voluto mettere il cappello su una giornata laica come quella del Primo maggio. Il tutto, in un clima di entusiasmo che, mentre spinge i fedeli a plaudire un papa, li porta anche a plaudire il papato: le lodi ad un pontefice sottendono inestricabilmente quelle all’istituzione papale. Parlando invece della beatificazione in sé, ci si può chiedere perché l’iter della causa sia stato portato a termine in modo così rapido.

 Le normative vaticane in vigore, stabiliscono infatti che, prima di iniziare una causa di beatificazione e canonizzazione di un «servo di Dio», debbano passare cinque anni dalla sua morte. Dunque, essendo Wojtyla scomparso il 2 aprile 2005, la sua causa sarebbe potuta iniziare un anno fa; ma Ratzinger, già nove giorni dopo la sua elezione al papato, «considerate le peculiari circostanze esposte dal cardinal Camillo Ruini, vicario di Roma», dispensava dall’osservanza del tempo canonico prescritto, e quindi partiva subito l’iter che ora sta per concludersi. Le «circostanze peculiari» sono state la richiesta di larga parte del popolo cristiano, la cui ouverture pubblica fu «espressa in modo ingenuo ma autentico con il grido di quella notte: “Santo subito”», come ha spiegato pochi giorni fa Ruini in un’intervista a La Repubblica. Ma, se la fretta vaticana di beatificare Wojtyla è stata motivata dal desiderio di ascoltare la voce del popolo (Vox populi, vox Dei!), a tanta sollecitudine forse non era estranea la volontà di impedire che la gente si facesse un suo santo prima e al di fuori del controllo delle gerarchie ecclesiastiche. Fretta analoga ci fu nel caso di madre Teresa di Calcutta che, morta nel ‘97, è stata beatificata nel 2003. La storia recente dimostra però che i papi ascoltano il popolo quando fa richieste che vanno nel senso ad essi gradito, ma accampano mille ragioni per non ascoltarlo, quando domanda scelte che mettano in questione l’establishment ecclesiastico.

Il caso più clamoroso è quello di Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador, assassinato il 24 marzo 1980 da un killer, prezzolato dall’oligarchia (cattolica!) al potere che riteneva intollerabili le denunce del prelato contro le ingiustizie sociali. Mentre, all’offertorio della messa, egli alzava il calice, fu colpito in petto da una fucilata: quale morte più simbolica, quale martirio più autentico? Moltissimi, nel continente ove è vissuto, già venerano «San Romero d’America», e da laggiù sono giunte a Roma migliaia di firme per chiederne la beatificazione. Inascoltate, perché, si dice nella Curia romana, se Romero fosse «promosso» sarebbe strumentalizzato. Un «pericolo» che non ha impedito di proclamare beato nel 1992 e santo nel 2002 il fondatore dell’Opus Dei, Josemaria Escrivá de Balaguer, morto nel 1975. In quanto al merito. È evidente quanto sia complessa la valutazione storica, teologica e geopolitica di un regno durato ventisette anni, carico di luci e di ombre, e nel quale è assai arduo distinguere tra le virtuose scelte personali e quelle, spesso problematiche, istituzionali. Perciò il 6 dicembre 2006 quindici cattolici, uomini e donne di vari paesi, esponenti del mondo teologico e dei media, sottoscrissero un «Appello alla chiarezza» sulla causa di beatificazione di Wojtyla. Tra l’altro, essi imputavano al papa «il mancato controllo su manovre torbide compiute in campo finanziario da istituzioni della Santa Sede, e l’impedimento a che le autorità italiane potessero fare piena luce sulle oscure implicazioni dell’Istituto per le opere di religione (Ior, la banca vaticana) con il crack del Banco ambrosiano». A questa obiezione, fondata, il Vaticano non ha dato una risposta pubblica ed argomentata; un silenzio che turba gli osanna.

 

Don Luigi Sandri     in “Riforma” – Settimanale delle Chiese Evangeliche Battiste, Metodiste e Valdesi – del 29 aprile

 

 

La beatificazione di Karol e la condanna di Welby

Era il febbraio del 2007 quando, nel tentativo di spiegare l’assoluta linearità – almeno a mio avviso del caso Welby che era morto da poco più di un mese, paragonai la sua scelta a quella di Papa Wojtyla. Morto nel 2005 ed in attesa di beatificazione il prossimo 1° maggio. Per la precisione il tutto avvenne la sera del 6 febbraio nel corso di una lunga intervista televisiva al canale d’informazione di Sky. In quella occasione un medico molto vicino agli ambienti vaticani confermò quanto mi era già noto da tempo: Papa Wojtyla aveva rinunciato a curare la sua patologia neurodegenerativa – il Parkinson – fin dagli esordi. Questo medico sosteneva inoltre che il Cardinale Martini, anch’esso notoriamente parkinsoniano, assumendo invece la terapia specifica per contrastarne e rallentarne gli effetti, avrebbe compromesso le proprie capacità cognitive a differenza del Santo Padre che invece aveva rinunciato al farmaco appunto per mantenersi pienamente capace di intendere e volere. Tesi peraltro destituita di ogni fondamento scientifico. Ma strumentalmente utilizzata per sostenere surrettiziamente che la posizione assunta dal Cardinale Martini sulla vicenda Welby – nella sostanza a favore dell’autodeterminazione in campo sanitario, tale da comprendere la scelta di Welby, anche non condividendola – poteva essere frutto di una mente obnubilata dai farmaci.

 È noto che il Parkinson sia malattia dall’andamento capriccioso e incostante. Ma effettivamente le condizioni cliniche di Wojtyla negli ultimi anni di vita peggioravano assai rapidamente ed in maniera vistosa. Un respiro difficoltoso, una deambulazione ridotta, un eloquio rallentato, ma soprattutto i tremori particolarmente evidenti, facevano realmente deporre per una progressione della malattia senza un sostegno farmacologico, che ne rallentasse e limitasse i danni, già molto tempo prima della sua morte. La malattia di Parkinson comporta la progressiva compromissione della capacità motoria, oltre che – in taluni casi e in fase avanzata – il deterioramento della funzione cognitiva. Pertanto è normale che si ponga prima o poi la indicazione clinica alla nutrizione artificiale e alla ventilazione assistita, per la difficoltà appunto di deglutire e respirare. Di fatto è impensabile che a Wojtyla non sia stato prospettato questo scenario, per valutare la pianificazione delle proprie cure. In particolare su questi aspetti e sugli ultimi giorni di Papa Wojtyla si può leggere la documentata ed impeccabile analisi della collega anestesista Lina Pavanelli apparsa sul numero della rivista Micromega del settembre 2007. Ma il ragionamento è un altro. Wojtyla rinuncia fin dall’inizio a curare la sua malattia. In maniera assolutamente coerente poi rifiuta anche di sottoporsi a terapie di sostegno delle funzioni vitali quali l’alimentazione e la ventilazione. Si può allora affermare che oggi Wojtyla verosimilmente sarebbe ancora vivo, anche se immobilizzato in un letto e sottoposto a ventilazione meccanica e nutrizione artificiale, se avesse fatto scelte diverse. Le cronache riportano che si sia mantenuto lucido fino alla morte. Diversamente avrebbe superato indenne le imposizioni della legge sul fine vita del decreto Calabrò? Anche nella più benevole delle interpretazioni, sicuramente avrebbe dovuto subire quantomeno la nutrizione artificiale. Si potrebbe obbiettare – ed è stato effettivamente sostenuto che le condizioni cliniche di Wojtyla erano, nell’ultimo periodo della sua vita, talmente deteriorate che ogni tentativo di cura sarebbe stato un inutile accanimento terapeutico. Premesso che è difficile stabilire cosa sia l’accanimento terapeutico, indubbiamente le condizioni cliniche finali erano assai penose. Ma tali erano appunto come diretta conseguenza della precedente decisione dello stesso Wojtyla, cioè rinunciare alle cure. Una sorta di lenta ma inesorabile eutanasia passiva? Certamente no: un limpido esempio di autodeterminazione sul proprio corpo. Wojtyla sceglie di vivere pienamente la sua malattia senza porvi alcun rimedio. Forse è una convinta decisione di farsi testimone – attraverso il suo corpo sofferente – di un messaggio. La sofferenza come un valore da sostenere. La famosa frase di Wojtyla, pronunciata nelle ultime ore di vita, «lasciatemi andare alla casa del Signore» non ricorda forse la stessa vicenda di Welby, che intitolò il libro sulla sua vicenda «Lasciatemi morire»? Per questa scelta Welby è stato però aggredito violentemente e accusato di  strumentalizzare la sua condizione fisica. Sempre nel campo della sofferenza usata come strumento: non è stato forse coerente e coraggioso Welby che alla fine ha deciso comunque di provare a sopportare anche l’ulteriore prova di una vita dipendente da una macchina, immobilizzato in un letto per più di 10 anni, prima di rifiutare definitivamente ogni terapia? Ma allora perché oggi Papa Wojtyla è stato beatificato mentre a Piergiorgio Welby furono anche negati i funerali religiosi, lasciando la sua bara sul sagrato, fuori dalla chiesa nella quale voleva entrare? Perché la scelta di Welby è stata giudicata una forma di eutanasia e quella di Papa Wojtyla invece un percorso virtuoso? Dovremo aspettare altri 400 anni – come per Galileo – per una riabilitazione di Welby? Si può aderire a qualsiasi tesi bioetica, ma deve essere coerentemente sostenuta.

 

Mario Riccio   l’Unità  22 aprile 2011

Mario Riccio, medico anestesista, ha assistito Piergiorgio Welby durante gli ultimi giorni

 

vedi:  La beatificazione di Wojtyla è un’operazione di marketing

Santo dubito. Wojtyla beato a tempo di record

 

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