Il 1° maggio, universalmente giorno dedicato ai lavoratori, in Italia è stato requisito dalla gerarchia cattolica, segnatamente dal Vaticano che ha deciso di beatificare Giovanni Paolo II, il papa polacco, in questo giorno, con una volontà di prevaricazione ostentata e con l’intenzione di oscurare con una massa religiosa il 1°maggio laico, contrapponendo due celebrazioni, laica e cattolica, in modo artificiale e polemico. E’ vero che il papa polacco fu un operaio. Lo fu solo per un anno o poco più. Non si può quindi dire che un «operaio», ma piuttosto che fece una esperienza di lavoro. Vendere questa esperienza come uno status qualificante è falso e mistificatorio. Non è degno di chi crede comportarsi così. Beatificare il papa polacco può rientrare anche negli affari interni alla gerarchia cattolica, ma è certo che una gran parte della Chiesa non partecipa a questa operazione di marketing della religione per risollevare le sorti di una religiosità languente.

Non è così che si testimonia la fede, così la si uccide soltanto perché questo genere di eventi mettono in evidenza l’esteriorità: le grandi masse, i numeri, il folclore, l’illusione di dire che «erano in tanti» come sinonimo di richiesta di religione. Siamo in pieno paganesimo religioso perché si sfrutta il sentimentalismo per affermare una visibilità che nasconde il vuoto e il paganesimo dello stesso personale clericale. Sceneggiate. Parate. Mondanità. Si dice che dopo la prima ubriacatura, oggi a pochi giorni della saga papale, si teme un flop che fa paura a gli organizzatori che spendono per questa dimostrazione di forza debole una enorme quantità di denaro che poteva essere usato per i migranti o per altri scopi nobili sociali. Il costo dell’operazione è di € 1 milione e 200 mila, mentre al Comune di Roma tra straordinari e logistica costerebbe € 7 milioni e mezzo. Una cifra enorme, buttata al vento per una manifestazione con tanti interrogativi. Il papa polacco come uomo fu dirompente, carismatico, carnale e sanguigno: fu un uomo vero che si tuffava in mezzo all’umanità e vi restava.

Ciò detto e riconosciuto, come papa fu il peggior papa del secolo scorso perché polacchizzò la Chiesa, consegnandola nelle mani delle sètte religiose che hanno frantumato il volto unito della sposa di Cristo. L’Opus Dei controlla le finanze del Vaticano e la cultura teologica, messa come cane da guardia per fare morire la Teologia della Liberazione. Comunione e Liberazione a livello nazionale e non solo è la longa manus del Vaticano in Italia, via privilegiata per accedere alle stanze del governo e delle leggi e poco importa se le Compagnia delle Opere, si esercita a fare affari con mafiosi e delinquenti. Poco importa se i due Istituti fanno a gare nell’arruolamento dei deboli a privare della coscienza chiunque si affaccia nel loro cortile. Poi vi è il lupanare dei Legionari di Cristo protetto e difeso anche di fronte all’evidenza delittuosa e immonda di un superiore generale pedofilo e padre di figli disseminati come noccioline. L’obiettivo di tutta questa nuova fregola di evangelizzazione è uno solo: annientare definitivamente il concilio Vaticano II, il cui solo nome è sintomo di destabilizzazione nel mondo curiale e clericale. Noi celebreremo come possiamo il 1° maggio con un concerto dedicato ad un lavoratore della musica, il M. Emilio Traverso nel IV anniversario della sua morte e con lui pensiamo a tutti i lavoratori del mondo che cooperano alla grandezza del mondo.

 

Don Paolo Farinella       MicroMega  21 aprile 2011

 

 

 

Wojtyla santo subito o santo no?

Colloquio con Paolo Flores D’Arcais e Marco Politi a cura di Silvia Truzzi

Karol Wojtyla curvo sul bastone, testimone della fragilità della condizione terrena. Un padre sofferente, vicino agli ultimi del mondo, ambasciatore di un forte sentimento di fede. Eppure, in un pontificato lunghissimo, fu anche un Capo di Stato le cui azioni furono oggetto di critiche e suscitarono polemiche. Nel processo di beatificazione, iniziato immediatamente al momento della scomparsa, il 2 aprile 2005, al grido di “Santo subito” qualcosa è stato dimenticato. Ne abbiamo discusso con Paolo Flores d’Arcais e Marco Politi alla vigilia di quel 1 maggio che lo vedrà beato.

Di Giovanni Paolo II è rimasta l’immagine di papa umano, vicino ai deboli, buono. Cosa è stato dimenticato?

MARCO POLITI: Il Papa buono resta Giovanni XXIII. Wojtyla è il primo papa geopolitico, che capisce la globalizzazione. Quei viaggi, che all’inizio sembravano una sorta di turismo frenetico, hanno rivitalizzato il senso di unità della Chiesa. E’ il primo pontefice a presentarsi nella sua fisicità anche di maschio, il primo che usa la parola “io”. Riesce a tenere insieme, come disse Bill Clinton, la capacità di parlare a tutti: ai musulmani, agli ebrei, agli agnostici. Un rapporto con il mondo che include anche polemiche, critiche. Ha unito il discorso religioso al richiamo ai diritti umani, la solidarietà economica, i diritti del Terzo mondo.

PAOLO FLORES D’ARCAIS: Le immagini popolari sono quelle del papa sofferente. “Santo subito” è il grido che nasce dopo mesi di esposizione mediatica di una sofferenza autentica, sempre più evidente e vissuta fino all’estremo. Questo colpisce il cuore di fedeli e non, anche perché Wojtyla era stato il papa “atleta della fede”. Ha affascinato anche i non credenti, secondo me del tutto a torto, per un equivoco di fondo. E cioè: Wojtyla è riuscito a presentarsi come pontefice pacifista. Politi parla di “diritti umani”. In realtà è l’opposto: è stato il nemico dei diritti umani in quanto prodotti della democrazia e della modernità, due secoli e mezzo di lotte dall’Illuminismo a oggi. E’ il papa che mette al centro dei diritti umani la “vita” come la intende lui (e anche Ratzinger, più che mai): dal concepimento alla morte, l’uomo non ha nessun diritto all’autodeterminazione. Da qui la violenta crociata di Wojtyla contro l’aborto, che ha definito “il genocidio dei nostri tempi”. Se non ricordo male usa quest’espressione in una delle tante visite in Polonia, di ritorno da Auschwitz. Quindi è evidente il cortocircuito simbolico che vuole esprimere: è l’olocausto dei nostri tempi. Stabilisce un’equazione tra il responsabile di un aborto e le Ss responsabili dei forni crematori. Questo è l’impatto che vuole creare. Anche sul piano degli aspetti sociali, la sua critica del capitalismo non è che la critica della pretesa dell’uomo di decidere su se stesso, di cui la dismisura del profitto come unico Dio è solo una delle espressioni. Ma questa denuncia non impedisce al papa di avallare, per esempio, in maniera plateale il regime di Pinochet, presentandosi al balcone insieme al dittatore. E i gesti simbolici per un pontefice mediatico come lui sono cruciali.

Non c’è stato solo l’episodio di Pinochet, ma anche l’opposizione alla Teologia della liberazione in America latina e la volontà di isolare il vescovo Romero, ucciso poi barbaramente mentre diceva Messa. Un giudizio sul Capo di Stato che tanto ha fatto contro i regimi dell’ex blocco sovietico.

POLITI: E’ stato un grande leader politico. Ma anche una personalità complessa, un mistico. In realtà non voleva nemmeno fare il prete, voleva fare il monaco. Era un filosofo della storia: ecco perché dopo la caduta del comunismo non si inebria della vittoria della parte “capitalista”, ma pone il problema del capitalismo sfrenato. E dice espressamente a noi giornalisti durante un viaggio: “Non so se è un bene che sia rimasta una sola superpotenza”. Gli elementi negativi di un lungo pontificato sono fatti, che è giusto giudicare. Un leader, che lascia la sua traccia nella storia, non è un “santino”. Ne aggiungerei altri: la lotta spietata contro la Teologia della liberazione in America  latina, la contraddizione tra l’essere sul piano politico-sociale il portavoce dei diritti dell’uomo e la repressione sistematica all’interno della Chiesa del dissenso dottrinale, grazie al suo braccio destro che era Joseph Ratzinger. Ha creato una leva di vescovi scelti più per l’obbedienza che per la capacità critica. Ha lasciato completamente solo Romero. Io ero nel Salvador con lui, quando andò per la prima volta sulla sua tomba e lo definì “zelante pastore”, come fosse un curato di campagna. Solo in un secondo viaggio, quando ormai era cambiata la situazione politica, ha cominciato a elogiare Romero. E comunque, con tanti beati da lui proclamati, Romero non è ancora stato fatto santo. Però rimane la capacità di Wojtyla di aprire il dialogo con le altre religioni. Lui non voleva che, come il XX secolo era stato marcato dalla guerra fredda est-ovest, il XXI fosse segnato dallo scontro tra cristianesimo e islam. Ha lavorato perché le religioni condannassero insieme la manipolazione del nome di Dio usata dal terrorismo. È stato il primo papa a proclamare un grande mea culpa per errori ed orrori nella storia della Chiesa. Bastano solo questi fatti per considerarlo, laicamente, una grande personaggio storico.

FLORES D’ARCAIS: la grandezza storica di un personaggio prescinde dalle valutazioni positive o negative. Io considero Karol Wojtyla il più grande oscurantista del XX secolo. Un grande oscurantista può innescare anche degli effetti positivi, dal punto di vista di un progressista come me. È certo che la caduta del Muro di Berlino non sarebbe avvenuta con le stesse modalità e negli stessi tempi senza il papa polacco. Ma è l’unico effetto collaterale positivo del grande oscurantismo di Giovanni Paolo II. Il nemico è l’illuminismo: questo è il filo rosso di tutta la sua predicazione. La presunzione, mostruosa secondo lui, che l’uomo prenda in mano il proprio destino prescindendo dall’obbedienza a Dio. Non si può imputare questa impostazione estremamente ortodossa a un papa. Ma il Concilio Vaticano II aveva segnato un elemento di assoluta novità, di apertura alla critica del mondo. L’annientamento della Teologia della liberazione non è uno degli elementi di un percorso contraddittorio, ma è parte della coerenza del pontefice. Dom Franzoni è l’unico padre conciliare che ha testimoniato contro la beatificazione di Wojtyla: sostiene che Romero avrebbe potuto essere fatto cardinale. E non sarebbe mai stato ammazzato. Non sappiamo se è vero, ma certo sarebbe stata una bella sfida contro un potere che lo voleva morto. Il mea culpa sugli errori della Chiesa riguarda “peccati” ormai lontanissimi. Riconoscere, tra mille distinguo, che si è sbagliato con Galileo quattro secoli dopo è acqua fresca, quando contemporaneamente si difendono fino all’ultimo Maciel e i Legionari di Cristo. Le prime denunce, molto circostanziate, contro i Legionari risalgono a qualche anno prima dell’elezione di Wojtyla. Per 26 anni il papa respinge qualsiasi richiesta di intervenire. Schönborn ha raccontato che Ratzinger pose il problema. E spiega: vinse la Curia. Vinse perché Wojtyla così aveva deciso. E che dire del vescovo di Boston Bernard Law, che aveva coperto il più grande scandalo di pedofilia nella sua arcidiocesi? Fu insignito del titolo di Arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma! Aggiungiamo la santificazione di padre Escriva, cioè dell’Opus Dei e lo spazio crescente che viene concesso a Comunione e liberazione. Non dimentichiamo la santificazione di Pio IX, che condannò a morte due patrioti italiani e fu protagonista del caso Mortara: il bimbo ebreo rapito perché ricevesse un’educazione cattolica coatta. Mettendo insieme tutti questi elementi non si può dire che il suo sia un papato contraddittorio. Anzi è lineare, all’insegna della contrapposizione tra obbedienza alla legge di Dio e quel vero e proprio Satana che è la pretesa umana all’autonomia. In questo quadro abbiamo, è vero, lo straordinario effetto collaterale, liberatorio, della caduta dei regimi comunisti.

POLITI: Responsabilità, colpe, meriti di Giovanni Paolo II sono agli atti. Nella memoria popolare, quei tre milioni di persone che si sono messe in fila per vedere il suo corpo (ed erano in massima parte non praticanti), non attecchisce l’idea del papa oscurantista. Ha aperto nuovi orizzonti al cattolicesimo. Il rapporto con gli ebrei: riconosce Israele e chiude il capitolo dell’antisemitismo, recandosi al muro di Gerusalemme e facendo atto di pentimento per l’antigiudaismo secolare della Chiesa. Ha posto con forza la caduta del comunismo. La sua attività geopolitica non si esaurisce con la caduta del comunismo. L’autocritica sugli errori del passato non si è limitata a Galileo. Ha riconosciuto per la prima volta che la Chiesa non è infallibile come si era sempre presentata, in un’apologetica continua. Ha riconosciuto le responsabilità nelle crociate, nelle guerre di religione, la distruzione di Costantinopoli per mano dei cattolici. A differenza di altri papi, che spesso hanno fatto dichiarazioni sulla pace semplicemente esortative, lui sull’avventura di Bush in Iraq ha esercitato un’azione diplomatica continua, sistematica, per otto mesi. L’effetto fu che nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite il Messico e il Cile, paesi chiave per decidere la maggioranza, votarono no a Bush. America e Inghilterra non riuscirono ad avere il timbro dell’Onu sull’operazione in Iraq. Anche in Italia, dove il governo Berlusconi approvava – pur non partecipando all’operazione – la politica di Bush, e in tutta Europa la maggioranza della popolazione è stata chiaramente contraria alla guerra. Qui si è sentito il ruolo di Wojtyla. Anche se poi l’invasione è avvenuta, lui – come autorità morale – ha indicato che l’operazione era fallimentare perché avrebbe alimentato il fondamentalismo. Questi sono atti che rimangono sul piano storico. Altre responsabilità, indubitabili, non cancellano il resto. Una puntualizzazione, peraltro: non è credibile e non ci sono prove che Wojtyla, sapendo della vita pedofila di Maciel, lo abbia coscientemente protetto. Esistono forti indizi, compreso l’intervento di Schönborn, che il suo entourage gli abbia nascosto i fatti.

Guardiamo per un attimo il nostro Paese: che papa è stato Wojtyla per l’Italia?

POLITI: il suo ruolo è stato molto negativo. Ha appaltato la politica italiana al cardinale Ruini, che ha sconfitto quella parte della Chiesa che avrebbe voluto concentrarsi sulla missione religiosa. La gestione Ruini ha significato un totale livellamento, il soffocamento di qualsiasi voce di dissenso e riflessione critica nelle organizzazioni sociali cattoliche: dall’Azione cattolica alle Acli. Hanno perso la voce, si è creato un clima che lo storico Pietro Scoppola chiamava l’afasia dei cattolici. Ruini ha schierato la Chiesa nelle operazioni politiche più dannose per la crescita della società civile: l’astensione al referendum sulla fecondazione artificiale, il sabotaggio del tentativo del governo Prodi di varare una legge sulle coppie di fatto, la lotta al testamento biologico che ancor oggi blocca una legge esistente in altri paesi, perché la maggioranza berlusconiana appoggia comunque il Vaticano per coprire i propri abusi.

FLORES D’ARCAIS: Sottoscrivo tutto quello che ha detto Marco. Per Wojtyla le cose che contano davvero sono – per usare le sue stesse parole – le “strutture del peccato” che hanno l’incubazione nell’illuminismo e danno luogo ai vari versanti del fenomeno modernità. A lui interessa molto di più la questione testamento biologico o ricerca sulle staminali da impedire, rispetto a tutto il resto. E dunque ecco perché rimodella l’intero episcopato italiano: le chiese hanno rapporti con i governi in cui si privilegiano questi aspetti. Poi se questi stessi governi fanno mascalzonate incredibili su altri piani, conta meno. E allora si può sostenere Berlusconi in tutti i modi come si sostiene Pinochet. E si è cercato di ridurre al silenzio tutti i fermenti delle varie Chiese locali attivati dal Concilio. Non riesco a vedere elementi di grandezza in senso positivo. Sull’apertura all’ebraismo ricordo nuovamente la beatificazione di Pio IX: per un papa che ha parlato per simboli fu uno schiaffo alla comunità ebraica. I diritti sindacali furono riaffermati ma senza trarne nessuna conseguenza pratica, visto che in America latina tutte le forze della Chiesa coinvolte nella difesa dei diritti dei lavoratori erano quelle che sostenevano la Teologia della Liberazione. Rimane lo scontro con Bush sull’Iraq: non è una cosa da poco, ma è in chiave di preoccupazione per i diritti delle religioni. Wojtyla è il papa che propone alle altre religioni qualcosa di più che un dialogo, una santa alleanza: tutte le religioni unite contro la modernità. Viene fuori nel caso Rushdie: non ci fu condanna per la fatwa contro lo scrittore. Anzi si disse, in numerose occasioni compresi articoli sull’Osservatore Romano, che Rushdie non si doveva permettere di insultare dei fedeli, anche se la condanna a morte viene criticata.

Il miracolo di papa Wojtyla è stato trovato: quello della suora guarita. Ma ce n’erano altri pronti. Si è detto che la beatificazione è stata un’operazione di marketing religioso. D’accordo?

FLORES D’ARCAIS: La questione della santità riguarda la Chiesa dei fedeli. Un ateo come me non ha titolo né voce in capitolo. Può semplicemente parlare del papa come presenza mondana nelle vicende storiche e quindi anche del suo governo della Chiesa, in relazione alla società. Posso solo riportare quello che alcuni fedeli sostengono contro la santità, come dom Franzoni e Hans Küng, il più autorevole teologo cattolico anche se oggi messo in mora dalla Chiesa. Ci sono anche gruppi ecclesiali di base che sono contrari a quest’operazione. La santità deve basarsi sulla pratica delle famose sette virtù, cardinali e teologali, in forma eroica. Questi autorevolissimi fedeli, punto per punto, demoliscono la teoria della santità. Franzoni considera l’impunità garantita a Marcinkus e l’azione per impedire l’accertamento della verità sul crac dell’Ambrosiano un venir meno alle virtù della prudenza e della fortezza. E imputa a Wojtyla di non aver ascoltato la chiesa dei fedeli su due questioni fondamentali: la presenza delle donne e il celibato dei preti. Sull’umanità di Wojtyla poi io starei attento: penso al caso Romero.

POLITI: La questione tecnica della beatificazione mi appassiona poco. M’interessa capire perché nella memoria popolare, vasta e trasversale, Wojtyla rimane come figura affascinante. Trovo comprensibile, anche per un pubblico che non sia cattolico, il fatto che venga posto come personalità cruciale tra il XX e il XXI secolo. La Storia è complessa, non è una foto in bianco e nero. Si può benissimo dire che Wojtyla sognava l’alleanza delle religioni per bloccare il diritto all’aborto e al tempo stesso riconoscere che lavorava per una collaborazione tra le religioni ai fini della pace e di uno sviluppo economico globalmente sostenibile. Questo è interessante. La beatificazione riguarda solo la Chiesa. Non credo però si tratti di marketing religioso. Corrisponde a un sentimento popolare. Qualcosa che va oltre il fenomeno mediatico. Giovanni Paolo II ha testimoniato una fede fortemente sentita. Ricordo che durante il suo viaggio in Terrasanta una poliziotta israeliana, evidentemente critica per quanto accaduto durante la Seconda guerra mondiale, mi disse: “La Chiesa cattolica non m’interessa affatto. Però questo è un uomo di Dio”. Anche i diversamente credenti sono rimasti colpiti dall’intensità del suo sentimento religioso, unito a una carica di umanità assolutamente tangibile. La memoria popolare giustamente seleziona. E’ assolutamente vero che lui considerava gli ultimi quattro secoli come ispirati da un programma anti-cristiano. Ma tantissimi cattolici sono illuministi nel loro quotidiano e poi apprezzano la capacità di Wojtyla di intrecciare una fede autentica alla sensibilità sociale. In Italia, per esempio, ha difeso l’unità del paese. L’ultimo suo messaggio è stata la volontà di non nascondere la sofferenza, di portarla all’esterno. Un messaggio al contempo religioso: la volontà di identificarsi con la Passione di Cristo. E laico: la riaffermazione che l’uomo sofferente ha una dignità e un suo ruolo. Infine, i messaggi “caro papà… caro nonno” diffusi al funerale rivelano che ha impersonato una figura paterna, oggi in crisi.

 

il Fatto Quotidiano  28 aprile 2011

 

 

 

Nella Chiesa permane il dissenso sulla beatificazione di Giovanni Paolo

La posizione di “Noi Siamo Chiesa”

Il clamore ecclesiastico e mediatico di questi giorni attorno alla beatificazione di Giovanni Paolo II è tale da nascondere agli occhi del grande pubblico il fatto che nella Chiesa non c’è affatto unanimità. Il dissenso su questo avvenimento percorre in modo strisciante molte strutture del mondo cattolico nel mondo. Ciò è la conseguenza del fatto che – a nostro giudizio -il pontificato di Papa Wojtyla ha diviso la Chiesa scegliendo di essa un modello in contrasto con altri che noi riteniamo più vicini all’ispirazione del Concilio Vaticano II. A ciò si aggiunga il dissenso sia per la data scelta, ritenuta inopportuna per la sovrapposizione con la festa dei lavoratori, sia per i tempi abbreviati tra la morte e la beatificazione. Un pontificato, così lungo, complesso, e contradditorio, meritava i tempi necessari, 40 o 50 anni, per valutazioni più serene, condivise e meno emotive.  Si dice che la santità che la Chiesa proclama riguarda l’uomo di preghiera e di fede piuttosto che il papa. Giudicare delle sue virtù o della sua coscienza è difficile per la Chiesa, certamente non lo faremo noi, che, peraltro, apprezziamo la grande personalità dell’uomo e il suo evidente appassionato amore per la Chiesa.

Ma contestiamo che questa proclamazione riguardi soprattutto l’uomo; essa riguarda, e tale appare per come viene proposta e propagandata, il suo ruolo di Pontefice. Per assorbire le posizioni critiche, non si può, per “la contraddizion che nol consente”, santificare solo l’uomo di fede, a prescindere e magari in contrapposizione con il suo ruolo di guida della Chiesa. Ciò premesso, elementi per una valutazione del pontificato di papa Wojtyla sono già stati ampiamente espressi da “Noi Siamo Chiesa” durante il suo pontificato e, in modo complessivo, alla sua morte; abbiamo poi firmato l“Appello alla chiarezza” del 6 dicembre 2006, condividendo i punti critici in cui si articola, così come i due punti positivi, l’impegno per la pace e il riconoscimento dei peccati della Chiesa. L’Appello fu firmato da 15 teologi di differenti provenienze ed è stato condiviso da tanti altri. Le osservazioni di questo documento non sono state tenute in considerazione alcuna da chi ha gestito il processo canonico, almeno per quanto è di nostra conoscenza.

Ai punti dell’Appello dobbiamo aggiungere, perché venuti alla luce soprattutto in seguito, la passività nel perseguire, all’interno della Chiesa, i reati sessuali contro i minori da parte del clero e la protezione, durata decenni, nei confronti di Marcial Maciel Degollado, fondatore e padre-padrone della Congregazione dei Legionari di Cristo, di cui sono ben noti i comportamenti riprovevoli sotto tanti aspetti. Dei sette punti dell’Appello vogliamo sottolineare soprattutto il settimo, che riguarda l’isolamento in cui fu tenuto Mons. Oscar Romero, voce dei “senza voce” in Salvador e nel mondo. La sua causa di beatificazione è congelata da tempo, mentre egli viene ormai considerato santo in un intero continente. “Noi Siamo Chiesa” diffonde oggi, contemporaneamente con molti altri paesi, un testo (vedi allegato) in cui credenti di tutto il mondo, teologi e associazioni, affermano che il primo maggio pregheranno San Romero de America. Anche se non si fa alcun riferimento alla cerimonia in piazza S. Pietro, è però del tutto evidente che, in questo documento, ci troviamo di fronte ad un altro modo di concepire e di vivere la Chiesa, e che vi si prende atto che in Vaticano ci sono due pesi e due misure.

Nell’ambito di queste riflessioni “Noi Siamo Chiesa” infine vuole esprimere il suo netto dissenso sul significato profondo che ha questa beatificazione. Essa vuole “santificare” il Papato prima dell’uomo Wojtyla e proporre un modello di Chiesa non coerente con il ruolo del popolo di Dio, dei vescovi e del vescovo di Roma indicato dal Concilio. La riflessione critica su questa questione è cosa di ieri e di oggi. Lo scrive Giancarlo Zizola (su “La Repubblica” dello scorso 6 aprile), di cui facciamo nostre la parole e le citazioni. Egli ha scritto: “Bisogna contare le preoccupazioni manifestate fin dagli anni Ottanta dai gesuiti di “Civiltà Cattolica”, che dubitavano che le aureole che il Papato decretava su sé stesso potessero infine accentuare l’aura di trascendenza intorno al papa, conferendo al magistero e al governo del pontefice romano un riverbero quasi divino, come se il papa fosse “un’entità sovra ecclesiale e non avesse, piuttosto, ricevuta la missione di esercitare una missione nella Chiesa e per la Chiesa, e non al di fuori o al di sopra”.

I contraccolpi temibili di questa deriva erano indicati nella tendenza all’accentramento, in una versione assolutista della sovranità, in un “piramidismo ecclesiastico che ha visto prolificare le esagerazioni della papolatria e del bizantinismo aulico”, con ripercussioni nefaste –conclude Zizola- sul processo ecumenico”. Non condividiamo inoltre che questa “santificazione” sia stata decisa dall’immediato successore di Wojtyla, suo principale collaboratore e ispiratore. A noi pare che tutto ciò significhi, indirettamente, una specie di solenne suggello dell’opera, molto contestata, del card. Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Lo ripetiamo come valutazione generale: questa beatificazione è la conseguenza di una decisione presa con insufficiente discernimento, poco sensus ecclesiae e nei tempi sbagliati. Su di essa permane un vasto dissenso anche se, in questi giorni, esso è intimorito e silenzioso.

 

in   “www.noisiamochiesa.org”    del  28 aprile 2011

vedi: Wojtyla segreto. La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II

Wojtyla. La palude dei beati lontana dai mortali

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