C”è una strana atmosfera a Roma, esitante, grigia. La Pasqua è in arrivo e poi ce ne sarà un’altra di Pasqua, quella di Karol Wojtyla. La città è piena di turisti e pellegrini, e molti altri ancora ne arriveranno per beatificare Giovanni Paolo. Le chiese sono piene, i riti si susseguono, il viola domina sugli altari. E in tanta ridondante spiritualità succede che una decina di famiglie rom decida di rifugiarsi nella basilica di San Paolo. Fino a ieri mattina stavano nel loro accampamento sulla Tiburtina, ma sono stati scacciati dal sindaco Alemanno e non sanno dove andare. Povericristi erranti nei giorni della passione di Cristo. È che a Roma va così. Ogni giorno uno sgombero. Arrivano gli squadroni del sindaco con le ruspe e le ambulanze, i rom raccolgono quello che possono prima che le baracche vengano demolite, e lì finisce. I cacciatori tornano in caserma e i cacciati vagano per la città. Così come vagano per la città anche i ragazzi tunisini e presto anche i libici e poi anche gli altri da chissà dove. Ci sono inoltre gli afghani nella stazione Ostiense e gli eritrei della Romanina. Oltre a un’imprecisata folla di senza-fissa-dimora, cronici e di fresca nomina. 

Infine, i tanti migranti senzalavoro, clandestini, rifugiati, fuggitivi, in transito che siano. In tutto, venti-trenta mila persone. In una città di tre milioni di abitanti. Un dirigente del Comune di Roma, tal Angelo Scozzafava, uno che per mestiere dovrebbe occuparsi di aiutare la povera gente, ha detto che in città «siamo in overbooking». Chissà se voleva fare lo spiritoso oppure se davvero pensa che l’accoglienza di chi ha fame, di chi ha freddo, di chi non sa dove dormire la notte, di chi non ha nulla se non la miseria che lo divora, sia una questione di smistamento merci. Ma perché non se ne va a fare il magazziniere in qualche sottoscala aeroportuale? E invece resta dove il sindaco Alemanno l’ha messo, a dirigere nientemeno che le politiche sociali cittadine. In assoluta coerenza con quella che si può ormai considerare una vera e propria caccia all’uomo. A Roma. Nella capitale della cristianità. Durante la settimana santa. Tutti ai piedi della croce del Cristo morto. Tra santi, beati e ignavi prelati: indifferenti questi ultimi a tanta ferocia. Se non ci fosse stata la protesta indignata della Comunità di Sant’Egidio, saremmo al silenzio. Le autorità cattoliche preferiscono volgere lo sguardo altrove, non consumare parole. Celebrano il papa polacco, ma negano il suo pensiero: è sufficiente per loro farne un simbolo liturgico e anche fatturarne il perdurante carisma. Non è solo ipocrisia sacrestana, è scelta politica. Niente di diverso da quanto ci si potesse aspettare dal nuovo corso normalizzatore di Ratzinger. Restano al fianco del persecutore Alemanno, come del resto lo sono del barzellettiere Berlusconi. Quanto mancano a questa città i Sardelli, i Franzoni e tutti quei sacerdoti che con il Vangelo hanno spezzato le complicità con i potenti e i forti e accompagnato i poveri e i deboli al riscatto sociale. Dove siete finiti? Oppure vi è sufficiente gestire qualche servizio sociale per gentile concessione? O spedire in Campidoglio un giovanotto in sandali affinché rappresenti la carità cristiana?

 A Roma c’è un sindaco in crisi di consenso che reagisce trasformando la città in un campo di battaglia. Invia i suoi uomini all’assalto di tende e baracche, non per raccogliere e dar rifugio a chi le abita, ma per costringerli a spalmarsi in lungo e in largo e accamparsi altrove. In modo da poter di nuovo sgombrare e di nuovo scacciare. In un ciclo crudele di ostilità e persecuzione: per mantenere in permanenza uno stato emergenziale e minaccioso, con cui alimentare ostilità e paura. Alemanno non vuole risolvere il problema, vuole al contrario aggravarlo. Per poi usarlo come merce politica. Ma questa giostra cinica comincia a non funzionare più. La disumanità con cui gira su se stessa sta incidendo sulle coscienze, anche quelle più impigrite. Non è più questione di dove e come accogliere nomadi e stranieri, ma se e quando riconoscere come essere umano chi subisce rastrellamenti e deportazioni. E quando si arriva a tanto, non ci sono tante possibilità intermedie: o si sta con i carnefici o si sta con le vittime. E non sarà un assessorato né l’affidamento di un servizio a giustificare servilismi e compiacenze.

 

Sandro Medici      il manifesto  23 aprile 2011

 

 

Prima gli auguri, poi la cacciata

Ieri mattina, a Roma, nel popolare quartiere di Casal Bruciato, l’ennesimo sgombero di un campo rom ordinato dall’amministrazione capitolina del sindaco Alemanno. Poche ore dopo la decisione da parte dei nomadi, appoggiati anche dalle associazioni che lavorano per l’integrazione e da diversi movimenti cattolici, di occupare – sebbene si tratti piuttosto di un’azione dimostrativa – la basilica di San Paolo Fuori le mura, che si trova in uno dei municipi maggiormente colpiti dalle ordinanze di sgombero di Alemanno.È venerdì santo, il papa sta celebrando la via crucis in mondovisione al Colosseo, quella vera, però, si svolge altrove, da quasi un mese: oltre 40 gli sgomberi dei campi nomadi voluti dal sindaco dal primo aprile. «Stiamo facendo la nostra via crucis», dicono i circa 200 rom dentro la basilica di SanPaolo, la maggior parte dei quali sono cristiani. «È Pasqua, la Chiesa ci aiuti. Questa è la casa del Signore, non abbiamo un posto dove andare. Facciamo una richiesta di asilo allo stato del Vaticano, anche perché intervenga contro le persecuzioni ai danni dei rom».

 Alla faccia degli auguri pasquali E meno male che la giornata era iniziata con un messaggio di auguri pasquali del premier Berlusconi a Benedetto XVI, tramite il segretario di Stato cardinal Bertone. «La santa Pasqua vede l’Italia impegnata nell’assistenza alle migliaia di persone in fuga dai Paesi del nord Africa», scrive il presidente del Consiglio, quasi in una excusatio non petita. «In ossequio al rispetto della dignità e del valore della persona umana sancito dai popoli della Terra nella Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite», prosegue il messaggio del premier al papa, l’Italia «si sta adoperando al meglio per rispondere con generosità a tanta sofferenza». Pochi minuti dopo, però, i manganelli e le ruspe di Alemanno demoliscono il campo di via dei cluniacensi. E due giorni prima avevano fatto lo stesso con quello in via del Flauto, al Collatino, dove vivevano oltre 270 persone, di cui oltre la metà bambini. E così per tutto il mese di aprile. A tutti i rom la stessa inutile ed inaccettabile proposta: per donne e bambini un’accoglienza momentanea, per gli uomini la strada. Al punto che anche la Comunità di Sant’Egidio, solitamente assai timida quando si tratta di muovere critiche alle istituzioni e alle amministrazioni, aveva bacchettato il sindaco, accusandolo di «assenza di idee» e di «errato messaggio che incoraggia chiusura e durezza immotivate», tanto più in «questa settimana santa, alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II». «Non si intravede una politica – denuncia ancora il movimento cattolico guidato da Andrea Riccardi -, e di certo non una politica di accoglienza e umanità all’altezza del ruolo di Roma e delle sue responsabilità nazionali e internazionali». Parole non gradite da Alemanno che ieri, mentre i suoi uomini sgomberavano i rom, ha ribadito che «il fatto che venga rifiutata l’assistenza vuol dire che molti non sono nelle condizioni disperate che Sant’Egidio si immagina, ma spesso fanno una scelta di carattere economico e non di disperazione».

La chiesa è l’unico luogo. «La scelta di entrare nella basilica di San Paolo è stata dettata dal fatto che, in queste settimane di sgomberi violenti, la chiesa è l’unico luogo dove i rom non possono essere cacciati», spiega Gianluca Staderini, dell’associazione Popica, che insieme all’Arci, a Sant’Egidio, alla Comunità di base di San Paolo è a San Paolo per sostenere l’azione dei rom. Ma si spera anche che le istituzioni ecclesiastiche e il vicariato di Roma, fino ad ora muti, intervengano. «Noi rom che viviamo da anni nelle baracche di questa città chiediamo aiuto alla Chiesa», dicono dalla basilica, in una Lettera alla Chiesa. «È questa la nostra settimana santa. Le nostre baracche sono brutte pericolose, ma dopo gli sgomberi ci troviamo a vivere per strada», per questo «chiediamo alla Chiesa di aiutarci a fare
sentire la nostre voci». Nella basilica di San Paolo, nel tardo pomeriggio, inizia la celebrazione liturgica del venerdì santo, e quasi tutti i rom rimangono all’interno della chiesa per parteciparvi, senza che nessuno faccia obiezioni. E arriva anche don Pietro Sigurani, parroco della Natività, dove sono ospitati circa 30 tunisini sbarcati a Lampedusa, che però deve dribblare una guardia della Gendarmeria vaticana che lo invita a non parlare con i giornalisti. «Sono venuto per portare solidarietà a questi amici», dice il prete. «Bisogna affrontare questi problemi fuori dagli ingranaggi politici, perché sui poveri non si deve speculare, mentre assistiamo a una continua campagna elettorale sulla pelle dei più deboli».

 

 Luca Kocci     il manifesto  23 aprile 2011

 

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