Nulla più degli ultimi morti, inghiottiti dal mare in burrasca nella zona di ricerca contesa tra Malta e l´Italia, testimonia il tragico scarto tra l´urgenza del bisogno di chi per sua sventura abita Paesi poveri o segnati da guerre e dittature e la capacità a farvi fronte dei Paesi tra i più ricchi e sviluppati e più orgogliosi della propria democrazia e rispetto dei diritti umani.

Il fatto che questi ultimi morti fossero in fuga da zone di guerra civile – Eritrea, Somalia – quindi potessero aspirare allo status di rifugiati, rende ancora più evidente la sproporzione tra il bisogno di aiuto di chi, non potendo più stare nel proprio Paese pena la vita, rischia la vita propria e dei propri figli per andarsene, e il modo impacciato, spesso conflittuale, ancor più spesso controvoglia, con cui i Paesi ricchi e democratici vi rispondono. Non mi riferisco solo all´Italia, anche se lo spettacolo dato a Lampedusa nelle settimane scorse ha ben esemplificato l´impasto di impreparazione e cinismo con cui il nostro governo si è mosso.

C´è il comportamento di Malta, che da un lato rivendica il controllo di un´ampia zona di mare, salvo respingere con fermezza le imbarcazioni che accostano e non essere in grado di prestare soccorso, chiamando ogni volta i mezzi italiani. Ottenendo così per sé un doppio risultato: nessuna spesa di salvataggio e nessuna responsabilità di accoglimento dei disperati del mare, una volta che questi si trovano su una nave italiana. Soprattutto c´è il comportamento della Francia, in prima fila quando si trattava di bombardare la Libia, anche al di là del mandato dell´Onu, ma altrettanto in prima fila a pattugliare i confini, perché nessuno di coloro di cui “difende la lotta per la libertà” bombardando più o meno indiscriminatamente il loro Paese, eserciti questa libertà duramente conquistata anche a rischio di vita cercando di entrare interritorio francese.

È una bella gara internazionale di cinismo e di scaricabarile, ove l´Europa come entità politica si mostra in tutta la sua inconsistenza, incapace di far valere le proprie stesse norme a fronte dell´autarchia egoistica dei singoli Paesi.

Se non muoiono prima, i migranti e il loro disagio divengono uno strumento di ricatto, interno (nella lotta politica) ed esterno (verso gli altri paesi). Corpi da spostare, da controllare, alternativamente da contenere e da esibire per evocare paura, da mandare via, da non fare arrivare, da far sparire. Totalmente depersonalizzati, anche nel linguaggio con cui si parla di loro. Ogni Paese ha diritto a controllare i propri confini e a regolare gli accessi. E le migrazioni di massa improvvise producono tensioni che non devono essere sottovalutate.

Ma le tensioni non devono, non dovrebbero, neppure essere sollecitate da una gestione tanto improvvisata quanto cinicamente strumentale, dimentica del più elementare rispetto dei diritti umani. Purtroppo, la condizione a cui il governo italiano sembra abbia deciso di concedere i permessi temporanei – solo a coloro che promettono di andarsene altrove, sapendo che altrove saranno ricacciati indietro – e la contromossa francese di un ulteriore irrigidimento del diritto di ingresso sembrano essere solo un´ulteriore passaggio di questa indecente gara a chi è più bravo a disfarsi degli immigrati. L´esito principale sarà l´aumento dei clandestini tra qualche mese, quando scadranno i permessi e molti non saranno riusciti ad entrare in nessun altro Paese europeo.

Chiara Saraceno     la Repubblica 8 aprile 2011

 

 

Quando i naufraghi eravamo noi

La sera del 4 agosto 1906 il mare depositò sulla spiaggia di Cartagena, in Spagna, un lattante tutto fasciato. Era vivo. Miracolosamente vivo. Dissero i parrocchiani della vicina chiesa, recitando un pateravegloria, che solo il buon Dio poteva aver salvato quella creatura. Lo dissero mentre allineavano sulla sabbia, a decine e decine, i corpi restituiti dalle onde dei poveretti annegati nel tragico naufragio del vapore Sirio, partito due giorni prima da Genova e diretto a Gibilterra per poi affrontare l’Atlantico verso il Brasile. Furono 292 i morti, secondo il Lloyd, che voleva ridimensionare il più possibile la catastrofe dati i torti degli armatori (il Sirio non aveva le doppie eliche né «paratie stagne e doppiofondo continuo» né le scialuppe sufficienti per tutti i passeggeri, come imponeva la legge impantanata alla Camera dalla potente lobby della marina mercantile) e i torti dell’equipaggio, partito senza carte nautiche (!) e piombato a tutta velocità sugli scogli di capo Palos. Ma stime più serie dissero: almeno quattrocento. Forse cinquecento.

E mai come oggi, dopo la catastrofe della nave affondata sulla rotta per Lampedusa, vale la pena di rileggere le cronache della tragedia sul «Corriere» di allora: «Il primo senso di stupore degenerò in un batter d’occhio in un folle panico, producendo una confusione indescrivibile. I passeggeri, correndo all’impazzata e gridando disperatamente, rendevano impossibile l’opera di salvataggio. (…) A uno degli alberi del Sirio si erano avvinghiati sei ragazzi le cui madri si trovavano troppo lontano per poterli soccorrere. Le grida delle madri erano strazianti. Le ondate staccarono ad uno ad uno quei ragazzi dall’albero gettandoli in mare sotto gli sguardi delle povere madri impotenti a salvare le loro creature».

Felice Serafini, che prima della partenza era passato dal fotografo Recalchi di Arzignano, Vicenza, per lasciare ai parenti una foto a ricordo (lui al centro in giacca, panciotto e camicia candida, una mano sulla spalla della moglie, i figlioletti intorno) vide sparire tra i flutti l’intera famiglia. Raccolto da una scialuppa, fu portato a Cartagena: «Venimmo tosto aiutati da quella buona gente che ci diede da mangiare ciò che aveva lì per lì e cioè pane, sardine, frutta e un po’ di vino. Rifocillati alquanto ci si condusse ad un teatro e quivi passammo la notte. E Dio mio, che notte! (…) Il cuore ci scoppiava in petto dallo strazio che provammo al pensare ai nostri cari scomparsi nel naufragio in modo così brutale. Mia moglie, i miei figli, gridavo io dal mio giaciglio giungendo le mani al cielo…». La mattina dopo, girando disperato tra i sopravvissuti, ne trovò due, dei suoi bambini. Gli altri sei e la moglie Amalia che era incinta del nono, erano stati ingoiati dal mare.

Quello del Sirio fu solo uno dei tanti naufragi della nostra emigrazione. Bisognerebbe ricordarle nelle scuole, quelle tragedie. Almeno le più spaventose.

Come l’affondamento dell’Utopia (pensate che nome, per un vapore che portava i nostri nonni verso il sogno…), un bastimento inglese che, partito da Trieste e fatta tappa a Napoli, portava 3 passeggeri di prima classe, 3 clandestini, 59 membri dell’equipaggio e 813 emigranti, quasi tutti italiani e che la sera del 17 marzo 1891, con un tempo pessimo e visibilità ridotta, davanti al porto di Gibilterra, sbagliò manovra, andò a sbattere contro il rostro di una corazzata alla fonda e colò a picco in pochi minuti inghiottendo 576 poveretti.

Naufragio del Principessa Mafalda

Poco meno, 549, furono le vittime in gran parte italiane (erano molti, quelli che preferivano raggiungere in treno Le Havre per accorciare il viaggio in mare) del Bourgogne, un piroscafo francese che affondò il 4 luglio 1898 dopo una collisione con il veliero inglese Cromartyshire al largo della Nuova Scozia. Un’ecatombe che fermò il respiro a tutti con la pubblicazione sulla prima pagina del «Petit Journal» di Parigi di un’agghiacciante illustrazione dei corpi buttati sulla spiaggia.

E come dimenticare il Principessa Mafalda? Era stata a lungo la nave ammiraglia della flotta commerciale italiana, ma il giorno in cui salpò per il suo ultimo viaggio fatale, l’ 11 ottobre 1927, era così vecchia e sgangherata che al ritorno avrebbe dovuto essere smantellata. Per otto volte i motori si fermarono nel Mediterraneo. Per otto volte li fecero ripartire.

Il segnale era inequivocabile: fermatevi! Macché: il capitano Simone Gulì, di cui resta una foto con Pirandello, s’avventurò nell’oceano. Si fermò per riparazioni a Dakar e poi anche a São Vicente di Capo Verde. Ma la vecchia tinozza era ormai alla fine. Avrebbe raccontato mezzo secolo dopo al «Clarín» la signora Flora Forciniti, che con la mamma e due fratelli doveva raggiungere a Buenos Aires il padre e i fratelli, che la Mafalda navigava così storta «che la mattina non potevamo appoggiare la tazza con il caffelatte perché si sarebbe rovesciata». Finché, al largo del Brasile perse l’asse di un’elica e «l’acqua si lanciò all’assalto come un nemico avido di preda». L’orchestra di bordo, che stava suonando un black bottom, smise di colpo. Il violinista posò il violino, il trombettiere la tromba. E scoppiò il panico.

Quando arrivarono in soccorso le navi richiamate dall’Sos, centinaia di naufraghi tentavano di restare a galla attaccati a salvagenti, tavole, botti, casse… Le acque erano infestate di squali. Un marinaio poco più che ragazzino cedette il suo salvagente a un vecchio che implorava aiuto, e si buttò in acqua con lui per trascinarlo alla scialuppa più vicina. Un pescecane l’attaccò, lui lanciò un urlo straziante. Si chiamava Anacleto Bernardi, era figlio di immigrati italiani. Il Duce, deciso ad abolire le cattive notizie, ordinò di esaltare l’eroismo del comandante e minimizzare la tragedia. Il «Clarín» avrebbe contato 657 morti. Il «Corriere» , sotto il bastone del regime, titolò: «Poche decine le vittime». La linea fu dettata dal Minculpop: «Delle cause del sinistro poco si sa; si parla di scogli, si parla di un’esplosione. Comunque — si può asserirlo con riverente amore per la nostra ardita e potente Marina mercantile — la sventura non è da attribuirsi né a imperizia né a negligenza dell’equipaggio, ma a una tremenda fatalità».

Gian Antonio Stella     Corriere della Sera 8 aprile 2011

 

vedi:  Peter Sloterdijk: «Questa è l’età dei neo-cinici»

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QUANDO NOI ERAVAMO SPORCHI, BRUTTI E CATTIVI

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