La Cassazione ha depositato la sentenza con cui conferma la rimozione del giudice di pace di Camerino che rifiutava di tenere udienza in tribunali dove c’è il crocifisso. Il giudice Luigi Tosti considerava la presenza di questo, unico, simbolo religioso una lesione della libertà di coscienza dei cittadini, particolarmente grave perché attuata in un luogo – il Tribunale dove l’uguaglianza, la non discriminazione, la neutralità di fronte agli orientamenti di valore dovrebbero essere proclamati in modo esplicito.

Non entro in merito alla correttezza della decisione relativa al giudice “obiettore”, ovvero al giudizio di non legittimità circa il suo rifiuto ad esercitare i suoi obblighi professionali in circostanze da lui considerate inaccettabili non solo per sé, ma per i cittadini. Mi auguro solo che tale rigore venga esercitato anche nei confronti di quei medici o farmacisti che, in nome delle loro opzioni di valore, si rifiutano di prescrivere o vendere la pillola del giorno dopo.

È la motivazione della sentenza che trovo inaccettabile per ciò che dice non sul giudice, ma sul rispetto della libertà di coscienza dei cittadini e sulla laicità delle istituzioni pubbliche. I giudici della Suprema Corte, infatti, da un lato propongono una duplice definizione di laicità: una per addizione (pluralismo di riferimenti religiosi) e una per sottrazione (assenza di riferimenti).

Laddove è solo la seconda che configura un atteggiamento laico, specie nello spazio pubblico: che deve essere per definizione neutrale in un contesto non solo di pluralismo religioso, ma anche di persone che non hanno alcun riferimento religioso. Dall’altro lato, i giudici affermano che «la presenza di un Crocifisso può non costituire necessariamente minaccia ai propri diritti di libertà religiosa per tutti quelli che frequentano un’aula di giustizia per i più svariati motivi e non solo necessariamente per essere tali utenti dei cristiani».

La contorta formulazione «può non costituire necessariamente minaccia» lascia di fatto aperta la possibilità che, invece, per alcuni o per molti, la costituisca, il che dovrebbe preoccupare chi ha la responsabilità di garantire l’imparzialità. Soprattutto, la Corte non offre elementi a dimostrazione che l’esposizione del crocifisso in un’aula di tribunale non lede «necessariamente» la libertà di coscienza dei non cristiani. Afferma semplicemente che è così, con buona pace di chi viceversa si sente leso nella propria libertà.

Lo Stato, la Suprema corte, non se ne preoccupano. Tanto meno stanno dalla sua parte. Si limitano a dirgli che si sbaglia. Con la sua affermazione, più che rovesciare l’onere della prova su chi percepisce la presenza di un simbolo religioso come una lesione alla neutralità dello spazio pubblico, la Corte ha sottratto lo stesso terreno del contendere. Una ennesima conferma che siamo un Paese a laicità limitata.

Chiara Saraceno      la Repubblica  15 marzo 2011

 

La Cassazione: negli uffici solo il crocifisso

Nei pubblici uffici, aule di giustizia comprese, può essere esposto solo il crocifisso. Anche se a prevederlo è unacircolare del 29 maggio del 1926. Per esporre altri simboli religiosi serve unintervento «discrezionale» del legislatore,«che allo stato non sussiste». È quanto si legge nelle 46 pagine di motivazioni contenute nella sentenza 5924 con cui le sezioni unite civili della Cassazione- a pochi giorni dalla decisione finale della Corte di Strasburgo sulla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche – confermano la rimozione dalla magistratura disposta dal Csm del giudice di Camerino, Luigi Tosti, che si era rifiutato di tenere udienza in un’aula in cui era esposto il crocifisso anche dopo che il presidente del tribunale gliene aveva messa a disposizione un’altra senza simboli religiosi alle pareti. Una soluzione, questa, definita «ghettizzante» da Tosti che nel suo ricorso aveva chiesto di far sparire, in nome della laicità dello stato, i crocifissi da tutte le aule italiane. La Cassazione spiega che Tosti rifiutando di tenere udienza ha intralciato il funzionamento del tribunale e che la sua pretesa andava oltre l’interesse soggettivo di chi la avanzava e sconfinava nel campo dei diritti altrui e degli interessi diffusi che non possono essere rivendicati da un singolo.

Tra maggio e luglio del 2005 il giudice si era astenuto dal trattare 15 udienze, comunicando il suo rifiuto con poco anticipo, un atteggiamento mantenuto anche dopo che era stata predisposta l’altra aula. Nel 2006 era stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Quindi punito severamente dal Csm e radiato dall’incarico. Ma la sua battaglia non ha fatto breccia nei supremi giudici. Respinta anche l’altra richiesta di Tosti di poter esporre la menorah ebraica accanto al crocifisso nelle aule di tribunale.

«È vero – scrive la Cassazione – che sul piano teorico il principio di laicità è compatibile sia con un modello di equiparazione verso l’alto (laicità per addizione) che consenta ad ogni soggetto di vedere rappresentati nei luoghi pubblici i simboli della propria religione, sia con un modello di equiparazione verso il basso (laicità per sottrazione)», ma – aggiunge piazza Cavour «tale scelta legislativa presuppone che siano valutati una pluralità di profili, primi tra tutti la praticabilità concreta ed il bilanciamento tra l’esercizio della libertà religiosa da parte degli utenti di un luogo pubblico con l’analogo esercizio della libertà religiosa negativa da parte dell’ateo o del non credente, nonché il bilanciamento tra garanzia del pluralismo e possibili conflitti tra una pluralità di identità religiose tra loro incompatibili».

Nella sentenza i giudici sottolineano comunque come la presenza del simbolo cristiano non intacchi il principio della laicità dello stato che non può essere messo in dubbio, ma allo stesso tempo ricordano che l’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici non può essere avvertito come un pericolo per la libertà religiosa per cui non ci si può rifiutare di lavorare perché in altre aule è presente. È deluso Tosti perché ora è scritto nero su bianco «che il crocifisso non lede la libertà religiosa mentre altri simboli potrebbero», annuncia ricorso a Strasburgo e, nonostante la sentenza della Cassazione, si dice ottimista sul verdetto, venerdì, della Grande chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo, che, dopo il ricorso del governo italiano, scriverà l’ultima parola sull’esposizione del crocifisso nelle scuole. Una sentenza inappellabile che chiuderà il caso sollevato dalla cittadina italiana di origine finlandese Soile Lautsi e rispetto alla quale c’è grande attesa anche da parte dei vertici cattolici.

Paola Coppola     la Repubblica  15 marzo 2011

 

Il cardinale rifà la legge

Il cardinale Peter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest, occupa un posto di grande responsabilità nel Vecchio Continente. Presiede il CCEE (Consiglio delle Conferenze episcopali europee), organismo che federa gli episcopati di 33 stati europei. I recenti dissensi europei nella reazione agli attacchi anticristiani in Iraq e in Egitto hanno, nuovamente, mostrato che i problemi riguardanti il posto del cristianesimo erano fonte di tensione a Bruxelles e a Strasburgo. Queste polemiche non impediscono affatto al nostro cardinale ungherese di affermare, ancora una volta, le sue convinzioni. Ecco le sue dichiarazioni, pubblicate sull’Osservatore romano agli inizi di marzo: “Anche se lo Stato, in Europa, non è generalmente confessionale, la presenza di simboli religiosi nei luoghi pubblici non è una cosa che viola la separazione tra Stato e Chiesa, ma una manifestazione importante dell’identità culturale dei popoli europei”. Quindi, nessuno “ha ragioni sufficienti per far scomparire” questi segni religiosi dallo spazio pubblico.

Tale affermazione tradisce, per lo meno, una colpevole ignoranza di certe tradizioni nazionali. La frase non pone gravi problemi in certi stati in cui delle Chiese cristiane sono legate allo Stato. Ma è difficilmente accettabile in altri, come la Francia. Se il cardinale ammette che “lo Stato, in Europa, non è generalmente confessionale”, invoca però un sorprendente modello europeo di separazione tra Stato e Chiesa (al singolare, cosa che certo i tedeschi apprezzeranno!). E afferma che tale realtà non potrebbe essere turbata, da Lisbona a Copenaghen e da Dublino a Atene, da qualche crocifisso in un municipio. In nome di che cosa? In nome dell’“identità culturale dei popoli europei”.

Apprendiamo quindi che i nostri paesi posseggono una identità, quella del cristianesimo. Ma per Mons. Erdö questa identità deve essere accettata da tutti oggi negli spazi di vita comune. Già un po’ ieri (dati gli apporti ebraici e musulmani), e molto di più oggi, il suo carattere unico appare discutibile. E pazienza se l’appartenenza cristiana diminuisce fortemente. Pazienza se le ondate di immigrazione portano credenti di altre tradizioni. Pazienza se la mescolanza di idee che caratterizza la nostra epoca sopporta sempre meno le egemonie.

Il nostro generoso cardinale accetterebbe le stelle di David e le mani di Fatima accanto ai crocifissi? Ci permettiamo anche di consigliare a Mons, Erdö di generalizzare meno le sue affermazioni su ciò che “viola” o meno le leggi dei 27. Quando il presidente del CCEE invita a difendere le radici cristiane “nei media e attraverso i linguaggi della cultura, della musica, della danza, dello spettacolo” e a “mostrare alla gente che noi siamo cattolici”, adempie pienamente alla sua missione. I nostri paesi d’Europa offrono mille possibilità di mettere in atto questo bel programma. Ma la sua affermazione sui segni religiosi nei luoghi pubblici, applicabile ed applicata in alcuni paesi, non è e non sarà nell’immediato una norma del nostro continente.

Non rendersene conto comporterebbe tre rischi. Potrebbe radicalizzare le divergenze tra Stati, cosa di cui la costruzione europea non ha bisogno. Un tale atteggiamento sarebbe poi suscettibile di ravvivare le guerre laiche, da cui nessuno esce mai arricchito. E infine non aiuterebbe a ridare quell’immagine di generosità e di apertura che la Chiesa cattolica, malgrado gli innumerevoli servizi che essa rende agli abitanti del Vecchio Continente, deve mantenere per il bene di tutti.

Philippe Clanché        in “www.temoignagechretien.fr”     12 marzo 2011


vedi:  “Imporlo manca di rispetto a storia, religione e Stato”

Discorso sulla laicità ai tempi della collera


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