I luoghi pubblici statali possono, debbono, o non debbono, avere un crocifisso alle pareti? Vexata quaestio, ripresa con foga da Sergio Luzzatto nel suo ultimo pamphlet, Il Crocifisso di Stato (Einaudi), in cui lo storico non si fa mancare illustri bersagli, dal papa a Napolitano, da Cacciari a, soprattutto, Natalia Ginzurg (importante autrice della medesima casa editrice, bersagliata dalla polemica in quanto aveva difeso con argomenti laici l’esposizione del crocifisso). Il punto centrale del libro è che togliere il crocefisso dagli spazi pubblici statali (non da quelli pubblico-sociali) non è un atto di anticlericalismo ma di laicità. E questa non è cristofobia, come sostengono le gerarchie, perché la laicità non è una posizione di parte: è anzi l’obbedienza alle logiche della modernità politica, che vedono nello Stato il garante delle libertà di tutti, e quindi gli vietano di favorire l’una o l’altra parte; e l’esporre il crocifisso è certo attribuire il favore di Stato a una specifica religione (come afferma una sentenza del tribunale europeo di Strasburgo).

Un favore che, per di più, non è fondato su alcuna legge ma solo su circolari di epoca fascista, indifendibili e inapplicabili; e che viene giustificato, di solito, con due argomenti: il crocifisso è simbolo dell’umana sofferenza e non discrimina nessuno (la tesi di Ginzburg); è talmente intrecciato alla storia d’Italia e ha a tal punto plasmato l’identità nazionale che è simbolo laico (come ha affermato il Consiglio di Stato). Al primo argomento Luzzatto replica che il crocifisso ha una storia non universale e neutra, ma particolare e polemica, che lo ha visto anche trasformato in oggetto di odio e in arma – certo, impropria – di odio. Il secondo argomento, poi, è ingenuo e quasi blasfemo. Ingenuo perché l’identità nazionale è dinamica, e non fissa; e oggi certamente l’Italia non è più esclusivamente e neppure maggioritariamente cattolica (i crocefissi sono sempre più rari nelle case); inoltre, per quanto il cattolicesimo abbia incrociato il formarsi storico della nazione, Paesi non meno cattolici dell’Italia, come la Francia e la Spagna, sono ben più coerenti del nostro rispetto all’intrinseca laicità della cosa pubblica. Quasi blasfemo, infine, perché associa il Figlio di Dio al potere politico, facendone lo strumento di una strategia di ‘legge e ordine’, anziché di liberazione profetica, di promessa di un’altra vita.

La Chiesa costantiniana – protagonista del compromesso fra trono e altare – oggi non è più, ufficialmente, all’ordine del giorno. Il cattolicesimo non è più la sola religione ufficiale dello Stato, come si leggeva nello Statuto albertino, recepito nei Patti lateranensi e quindi anche dalla costituzione repubblicana (e anche per questo nel 1984 i Patti furono riveduti). L’Italia è sempre più secolarizzata, e sempre più ospita residenti e cittadini non cattolici. Perché, allora, resta in questo limbo di indifferenza e, quando qualcuno pone la questione, di imbarazzo? Il silenzio come regola, e – quando è il caso – le corali manifestazioni, da parte di tutte le forze politiche, di adesione al crocifisso di Stato nascono certo dall’obiettivo di non inimicarsi la Chiesa. Ma i cittadini? Il libro non risponde direttamente, ma si può avanzare un’ipotesi: che il loro tacito consenso alla presenza del crocifisso sia l’altra faccia della parallela e concomitante sfiducia nella statualità. Insomma, senza crocifisso, e il suo uso improprio, gli italiani – che sanno bene che cosa pensare del loro Stato- si sentirebbero davvero soli. E quindi se lo tengono. Non per fede nella religione ma per mancanza di fede nella cosa pubblica.

Carlo Galli     la Repubblica  28 febbraio 2011

 

Sul crocifisso un muro divide le aule d’Italia

Povero cristo o povero Cristo? Dobbiamo prendere partito per Marcello Montagnana (l’insegnante di Cuneo che andò sotto processo per aver rifiutato l’ufficio di scrutatore alle politiche del 1994, protestando contro l’esposizione del crocifisso nei seggi elettorali) o è giusto schierarsi per il simbolo dolente che campeggia in tutti i nostri edifici pubblici? Sergio Luzzatto sceglie decisamente il primo, ma senza mancare di rispetto nei confronti del secondo. Il rispetto del quale in Italia siamo orfani è piuttosto un altro: quello che andrebbe tributato al principio di laicità del nostro stato. Lo professiamo a chiacchiere, però nei fatti ce lo mettiamo sotto i piedi. E a tale riguardo la vicenda del crocifisso è la più dibattuta, ma non la più eloquente. Ne è prova per esempio il finanziamento pubblico alle scuole private, che al 90 per cento sono scuole cattoliche: la Costituzione lo vieta espressamente, una legge del 2000 lo permette allegramente.

Sarà per questo, per la cifra di disperazione che ormai accompagna i laici nel paese in cui torreggia il Cupolone, che Luzzatto ha scritto un libro acre come zolfo, dove risuonano gli accenti del pamphlet. E dove riecheggia la storia di Montagnana insieme a quella dei coniugi Lautsi, che hanno ingaggiato una lunga battaglia giuridica e civile contro l’esposizione del crocifisso nelle scuole. Potremmo aggiungervi pure il giudice Tosti, che ha fatto altrettanto per espellere questo simbolo ingombrante dai muri delle aule giudiziarie, guadagnandone in cambio una sfilza di processi e di castighi. L’elenco è lungo. Ma è lungo anche l’elenco dei paladini del crocifisso, dove figurano intellettuali insospettabili come Natalia Ginzburg, donna laica e di sinistra.

Nonché nomi importanti dell’intellighenzia cattolica italiana, quali Massimo Cacciari e Franco Cardini. Luzzatto ricorda – con qualche grammo di perfidia – che il primo viene dall’operaismo sessantottesco, il secondo dal neofascismo degli anni Cinquanta, però l’approdo è identico. E quale arma dialettica viene brandita in questi casi? Un coltello a doppia lama, benché le due lame siano poi tutt’altro che affilate. In primo luogo – s’osserva – quella croce di legno non fa male a nessuno, è un dettaglio dell’arredamento pubblico sul quale i più passano via senza degnarlo d’uno sguardo. Curiosa questa difesa della rilevanza pubblica del crocifisso in nome della sua irrilevanza pubblica. Ma a sprezzo della logica, gli indomiti crociati ci rovesciano addosso una domanda: se è questione dappoco, allora perché tanto accanimento? Risposta: perché quand’anche fosse un solo uomo a sentirsene ferito, a venire sopraffatto da una religione dominante che lo esclude, uno stato democratico avrebbe l’obbligo d’aprire un ombrello in sua difesa. I diritti valgono per i deboli, non per i forti. Servono ai meno, non ai più. Specialmente quando entra in gioco la libertà di religione, che storicamente ha preceduto la stessa libertà di manifestazione del pensiero.

Se fossero libere soltanto le parole di chi canta nel coro, sarebbe come stabilire in una legge che hanno diritto al vino esclusivamente gli ubriachi. D’altronde lo ha dichiarato pure la Consulta, attraverso un nutrito gruppo di pronunzie che s’affaccia sul volgere degli anni Settanta: il principio di maggioranza non si applica alla sfera religiosa, e dunque è “inaccettabile” ogni discriminazione basata sul numero degli appartenenti ai vari culti. Non fu minoranza la stessa Chiesa cattolica? Venne fondata da Cristo alla presenza di non più di 12 discepoli, anche se adesso qualcuno lo ha un po’ dimenticato. Ma si può ben essere cattolici senza pretendere d’imporre al prossimo le insegne del papato. Ne è testimonianza don Milani, che tolse il crocifisso dalle pareti della scuola di Calenzano per cancellare ogni sospetto di pedagogia confessionale. Ne è testimonianza il gesto di Cesare Ruperto, ex presidente della Corte costituzionale: benché cattolico, all’atto del suo insediamento fece eliminare il crocifisso dall’aula delle udienze alla Consulta. Perché quello spazio è pubblico, di tutti. E perché la nostra carta afferma l’eguaglianza delle confessioni religiose.

Qui però s’affaccia l’altro argomento inalberato dai crociati: non è per le nostre idee particolari che sosteniamo il crocifisso obbligatorio, lo facciamo per il vostro bene, per difendere la storia della quale anche voi atei o miscredenti siete figli, e dunque per difendere l’identità che vi appartiene. Non è forse vero che riposate di domenica (“il giorno del Signore”), che contate gli anni a partire dalla nascita di Cristo? E allora il crocifisso è un simbolo civile, allora la laicità si nutre di valori religiosi: nel 2006 lo ha scritto anche il Consiglio di stato. Dev’essere per questo, per la santificazione dell’ossimoro operata dai nostri tribunali, che Luzzatto dichiara in ultimo tutta la sua sfiducia nel diritto. Dice: a breve arriverà un verdetto dalla corte di Strasburgo, ma tanto per noi non cambierà mai nulla. Sbaglia, perché la querelle si vince o si perde sull’altare della legge.

Ma non è detto che la laicità reclami un muro nudo. Non è detto che la difenderà un divieto, come nella Francia che nel 2004 ha proibito il velo in classe, nel 2010 il burqa. Possiamo aggiungere, anziché togliere. Possiamo allestire un muro colorato, dove campeggiano i simboli d’ogni religione, e anche lo stemma di chi non ha religione. Quanto a noi laici, ci basterebbe il faccione corrugato di Voltaire.

Michele Ainis      il Sole 24 Ore  27 marzo 2011


vedi: IL RITORNO DELLE CROCI

LA LAICITA' VISTA DAI LAICI

Crocifisso, un paese a laicità limitata

 


Calendario eventi
marzo 2011
L M M G V S D
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031EC
Cerca nel Sito
Newsletter
In carica...In carica...


Feed Articoli