Improvvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati da unità militari mercenarie. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole. L’Europa ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri. Nessuno? Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – “l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Ma il trattato che – come ricorderete – è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd, Sarubbi e chi scrive, ha in serbo altre sorprese. Art. 20: “Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”. Ma anche (art. 19) “le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane”. In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani.

 

Furio Colombo      Il Fatto Quotidiano   22/02/11

 

 

Bloccare il mercato delle armi e rispettare i diritti umani

Il 2 settembre scorso abbiamo espresso il nostro disgusto per lo “spettacolo indecoroso” in onore di Gheddafi preparato dal capo del governo che ha ostentatamente baciato la mano al dittatore trascurando completamente ogni accenno alla violazione dei diritti umani, alla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, a chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Ora la repressione delle rivolte è spietata. Gruppi armati sparano sulla folla che viene anche bombardata. Pax Christi vuole ricordare che l’Italia è il primo esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. Nel biennio 2008-2009 il governo italiano ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti per oltre 205 milioni di euro, più di un terzo di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE. A differenza dei colleghi europei, il ministro degli Esteri si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi.

L’Italia, complice di tanti affari e orrori, imbarazzata, balbetta. Eppure non sono mancate le sollecitazioni. Dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa, con la Rete Disarmo e la Tavola della pace avevamo chiesto al Governo di sospendere ogni forma di cooperazione militare con tutti i paesi dell’area. Ma la vita dei libici vale più del petrolio, del gas e di ogni altro interesse. E’ urgente rivedere il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 da Berlusconi e Gheddafi – con cui le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio. Vogliamo ricordare che la legge 185 del 1990 sulle esportazioni di armamenti chiede di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale” e di rifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”. Disarmo, giustizia e democrazia sono la premessa perché il nord Africa e il Mediterraneo diventino, secondo il sogno di La Pira, un “grande nuovo lago di Tiberiade”. Non il bagno di sangue che siamo costretti a guardare di fronte a casa.

 

Pax Christi

 

 

 

Egoismi e paure

Ma se si chiamassero Pedro o José e fossero bombardati da un golpista sudamericano? Se si  chiamassero Pak o Koo e fossero mitragliati da un carnefice nordcoreano? Se si chiamassero Oja oBoris e fossero sgozzati da un nuovo macellaio cetniko? È il dubbio che rode a vedere come tanti  politici italiani guardano al massacro dei libici facendosi una sola domanda: e noi? Certo, è ovvio  che ci poniamo il problema di cosa succederà a casa nostra. Di più: è sacrosanto. Quanti disperati si rovescerebbero con i barconi sulle nostre coste se andasse tutto nel peggiore dei modi? Come potremmo gestire un’ondata migratoria mai vista? Riusciremmo a essere insieme vigili guardiani di un filtro indispensabile e buoni samaritani al soccorso di una umanità sofferente? Cosa farebbero gli altri europei? Accorrerebbero a darci una mano o guarderebbero altrove lasciandoci nelle peste? Sono domande doverose.

Imposte da questa specie di esplosione nucleare dagli esiti imprevedibili deflagrata a poche decine di chilometri dai nostri confini. Lo studioso Khaled Fouad Allam si è spinto a scrivere sul Sole 24 Ore che la Libia potrebbe diventare, per la sua storia, per i suoi conflitti secolari, «l’Afghanistan del Mediterraneo». Come potremmo non stare in guardia? Come potremmo non essere preoccupati? Eppure questa non può essere la sola, unica, esclusiva nostra preoccupazione. Non può ruotare tutto ossessivamente intorno a noi. Perché laggiù in Libia, sotto i nostri occhi, a pochi minuti di volo dall’Italia, stiamo assistendo a un bagno di sangue che ci fermerebbe il fiato e ci strapperebbe grida di raccapriccio se solo le vittime di tanta ferocia repressiva non fossero arabi, berberi, islamici. Impastati tutti insieme, integralisti e laici, cammellieri e architetti, beduini sahariani e ragazzi cresciuti col Web che sognano solo la stessa libertà che hanno i ragazzi olandesi o americani. Abbiamo tra l’altro due responsabilità in più.

La prima è che quello che Ronald Reagan chiamava «il cane di Tripoli» e oggi sta azzannando rabbioso i suoi stessi cittadini, è stato fino a pochi giorni fa riverito e adulato, con minori o maggiori gradazioni di piaggeria, da un po’ tutti i governi italiani. Convinti che «i vicini non si possono scegliere» e in fondo in fondo per noi fosse meglio che l’Africa più vicina fosse schiacciata sotto il tallone di un po’ di duci muscolosi piuttosto che esposta ai brividi pericolosi della democrazia.

La seconda è riassunta in un motivetto sull’invasione della Libia del 1911 il cui prologo risuona spavaldo: «Sbalorditi i musulmani stavan tutti a naso ritto /ma d’un tratto a capofitto bombe e fuoco gli arrivò /Assediato e bombardato sia di sopra che di sotto /il vil popolo corrotto all’Italia s’inchinò». Ecco, un secolo esatto dopo la brutale conquista di quello «scatolone di sabbia», dopo decenni di disprezzo per quelle genti «inavvezze al lavoro», dopo le foto dei nostri plotoni d’esecuzione che fucilavano anche i ragazzini, dopo i campi di concentramento nel deserto della Sirte dove Angelo Del Boca ha dimostrato che morirono decine di migliaia di donne, vecchi e bambini, abbiamo verso quei libici scesi nelle piazze per liberarsi di un dittatore capriccioso e feroce dei doveri in più. È giusto che ci preoccupiamo «anche» per noi. Ma non ci siamo solo noi.

 

 Gian Antonio Stella      Corriere della Sera  24 febbraio 2011


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