Ci sono parole che segnano un’epoca. A volte sono parole fuori uso che vengono ripristinate per esprimere al meglio una situazione considerata nuova e ineguagliata. A volte sono parole inventate di sana pianta: neologismi di dubbia interpretazione ma che suonano moderni e vengono utilizzati dalla stampa e dalla televisione con piglio innovativo. Altre volte sono parole arcaiche che credevamo perse nell’oblio collettivo e invece riprendono vita acquistando però significati diversi e opposti a quelli originali. Cominciamo da una delle più utilizzate, buonismo: stilizzazione del termine «bontà». Come dire «sentimentalismo» per distinguerlo dal sentimento vero e proprio.

Ma se buonismo è detto in senso peggiorativo, la sua versione positiva, ovvero la parola «bontà» non viene mai pronunciata. Nessuno oserebbe definire una persona «buona», pena il ridicolo. Chi rivela un sentimento di solidarietà verso il clandestino discriminato, o il rom cacciato di casa, chi difende la prostituta schiavizzata, viene immediatamente accusato di buonismo. Non si osa ancora accusarlo di «bontà». Come lo si spiegherebbe infatti a un bambino che fa il cattivo? Senza pensare che bontà non significa avere un cuore d’oro, ma semplicemente mettere in moto l’immaginazione.

Sapere immaginare il dolore altrui, reagire all’ingiustizia subita da altri, anche quando questi altri sono stranieri e scomodi, non è buonismo, ma prima di tutto giustizia. Il sentimento della giustizia e della solidarietà che è innato nell’essere umano e che una volta la religione sollecitava, oggi viene ottusamente disprezzato e represso.

Rottamazione: è di moda dirlo delle persone anziane. Chiaro che una macchina funziona meglio se nuova, chiaro che il latte è migliore se fresco e la frutta se di stagione. Gli oggetti e i cibi non freschi si gettano via. Ma davvero possiamo usare lo stesso linguaggio per gli esseri umani, senza cadere nella logica del mercato? Chi lo fa, anche se solo per provocare, si adegua linguisticamente alla peggiore cultura dell’usa e getta che mortifica e umilia l’essere umano.

Tracimazione: una parola che implica un certo pudore linguistico. È la versione colta di rovina per allagamento, disastro da piena d’acqua. Non presuppone la responsabilità di nessuno. Si dà per scontato che la colpa sia tutta della natura che imperversa crudele e inaspettata contro l’uomo e le sue proprietà. La parola nasconde elegantemente sgradevoli verità: tutta quell’acqua che entra nelle case, sommerge i campi, uccide le bestie, non è opera di un destino infame, ma rivela l’irresponsabile abuso del territorio, una cementificazione insensata che impedisce alla terra di respirare e alle acque di fluire verso il mare.

Escort: parola inglese che sta per scorta. Una guardia del corpo insomma che, non si sa perché, da noi ha preso invece il significato di compagnia sessuale pagata. Ipocrisie linguistiche, alla pari di «operatore ecologico» per spazzino. Invece di approfondire le ragioni dello sfruttamento e di trovarne i rimedi, si risolve la questione nobilitando il termine. Meglio un eufemismo che mettere mano al problema.

Dacia Maraini      Corriere della Sera  16 novembre 2010

 

vedi:  Le macerie siriane e i nostri tweet ipocriti

 


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