Un marocchino accoglie in casa un senzatetto italiano. Non è un errore di confusione, né l’inizio di una barzelletta, né il finale moralistico di un film. È una storia vera, che unisce Mohammed Atti, 28 anni, che tutti chiamano Assan, e Oscar G., 47 anni. Il primo è un giovane di nazionalità marocchina, arrivato in Italia nel 2003 quando di anni ne aveva 21: adesso vive a Carmagnola ed è regolarmente assunto dalla cooperativa agricola Solidarietà Tre. Oscar G. invece ha perso il lavoro tre anni fa, e si è trovato su una strada dopo la separazione dalla moglie: «Della mia famiglia vedo sporadicamente solo il primo dei miei tre figli, che ha 24 anni.Per il resto sono rimasto solo e abbandonato da tutti». La vicenda di Assan e Oscar, che tra loro prima non si conoscevano né si erano mai visti, la racconta chi ha tenuto in casa il 47enne italiano per un periodo, e cioè don Alessandro Lanfranco, parroco di borgo San Bernardo. «Non potevo più ospitarlo perché la casa parrocchiale deve essere demolita e rifatta. Così ho iniziato a rivolgere numerosi appelli alle istituzioni, ai vari enti di solidarietà e ai privati cittadini». Ma le risposte, per un motivo o per l’altro, risultano sempre negative. Poi, il colpo di scena: «Quando ormai stavamo per perdere tutte le speranze, ecco arrivare la grande notizia: c’è un benefattore». La soddisfazione si trasforma in vero e proprio stupore quando si scopre chi è la persona generosa: «Non era francamente immaginabile che potesse essere un marocchino: siamo rimasti tutti meravigliati». «Ma la felice conclusione di questa storia – aggiunge con amarezza don Lanfranco – deve far riflettere: nessuno dei 28 mila abitanti di Carmagnola, nessun ente, nessuna istituzione è stata in grado di trovare un angolino per Oscar. Nessuno, tranne un giovane marocchino di 28 anni, alle prese lui stesso con le tante difficoltà della vita da immigrato». «Non ho fatto nulla di straordinario», esordisce Assan sorridendo e scuotendo le spalle, esprimendosi con un italiano preciso. «Sarò ingenuo, ma penso che chiunque si sarebbe comportato così». «Quando ho saputo da Felice Giraudo, la persona che anni fa mi ha accolto e si è impegnata a trovarmi casa e lavoro, di un signore per il quale non si riusciva a trovare un tetto, ho subito dato la mia disponibilità ad accoglierlo a casa mia. Anch’io ho dormito in strada e so quanto è terribile. Ora invece vivo in una casa in affitto, abbastanza spaziosa, che divido con un amico ora assente; ma anche quando tornerà, ci stringeremo senza problemi». Quando gli si chiede se si sente un esempio, Assan di nuovo sminuisce il suo gesto: «Noi immigrati domandiamo a gran voce ospitalità, aiuto, accoglienza; è giusto, ma dobbiamo anche dimostrare che noi stessi siamo capaci di ospitare, aiutare, accogliere. Per Oscar sto cercando di fare di più: vorrei riuscire a inserirlo nella cooperativa in cui lavoro, per restituirgli la dignità che merita». Dignità che per ora Oscar trova «nei lavoretti domestici: tengo in ordine la casa, e poi cucino: alterno piatti italiani a specialità marocchine, che Assan mi sta insegnando. Sono le uniche possibilità che ho per ringraziare Assan, a cui devo davvero tutto».

Domenico Agasso      La Stampa  19 ottobre 2010


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