Possiamo immaginare le urla, i gesti armati, il suono delle pietre e del ferro, la paura, il sangue. Il campo di battaglia, un appartamento comune, la cucina, la porta accanto. È difficile da sopportare, perfino nella mente. Ma non deve impedirci di ragionare. Nosheen viene dal Pakistan come sua madre Begm Shez. Dove la violenza contro le donne è impunita e sancita da una tradizione fondamentalista e inaccettabile. Ma Nasheen vive in Italia, in un paese libero e democratico in cui le donne hanno conquistato i loro diritti. Un paese dove, quasi ogni giorno, una donna muore per mano del suo uomo.

Nel 2009 sono state 119, 439 dal 2006, e il 2010 sembra ancora peggiore, i casi aumentano ogni anno. Una vera mattanza tra le mura domestiche. A uccidere sono in maggioranza mariti, amanti e conviventi, a volte padri e fratelli. Con armi da taglio soprattutto, oppure improprie, quello che capita. La scena del delitto è quasi sempre la casa, il luogo dove le donne rischiano di più. I moventi più frequenti (43%): la decisione di separarsi, la gelosia, il rifiuto. È così in gran parte dell’Europa, peggio nei paesi del nord, ad eccezione della Svezia. In Italia sono le città del nord ad avere il primato. La violenza scatta quando le donne sfuggono o si ribellano al potere dell’uomo sulla loro vita e sul loro corpo, quando affermano con forza i loro sacrosanti diritti. Come Nosheen. E gli assassini sono in maggioranza italiani (76%), persone “normali” di tutte le classi sociali.

Questo è quanto emerge da un rapporto redatto dalla Casa delle Donne di Bologna. Nosheen non è sola nell’orrore, purtroppo, nemmeno a casa nostra. Non possiamo nasconderci dietro le culture altrui. Né ignorare un fenomeno allarmante contro il quale si sta facendo molto ma evidentemente non abbastanza. Mancano ancora educazione, azioni globali e una efficace rete di protezione per le donne. Tolleranza e indifferenza spengono troppo spesso l’allarme. Tranne quando si tratta di migranti. Ma la strumentalizzazione non aiuta nessuno, nemmeno Nosheen. La violenza contro le donne è un problema culturale profondo, evidentemente non solo islamico. Non è l’Islam a uccidere, sono gli uomini che perdono il controllo di se stessi quando perdono il controllo sulla mente, la vita e il corpo delle loro donne. Il padre di Nosheen è pakistano e nel suo paese, come nel vicino Afghanistan, dove la violenza contro le donne è spaventosa e impunita, il matrimonio forzato è il principale strumento di questo controllo patriarcale. Uno strumento per noi inaccettabile, che, qui, gli è sfuggito di mano. Nel suo paese la legge della famiglia è tirannica e inappellabile. Le figlie sono le pedine del gioco di potere del padre. Sono vendute, per bisogno o per avidità, un vero affare se sono anche belle. Rafforzano i legami famigliari, vengono scambiate e risolvono contrasti. Sono la riparazione di un’offesa, dalle più insignificanti fino agli omicidi, il risarcimento alle vittime. Sono le regole del pashtunwali, il codice tribale. Chi si ribella scatena la violenza, chi scappa viene punito. Ma niente di tutto questo è scritto nel Corano. E non ci sono “attenuanti” né culturali né religiose. Si tratta di tradizioni tribali arcaiche diventate più forti delle leggi dello Stato. Rafforzate da anni di fondamentalismo islamico, un preciso disegno che usa la religione come arma di oppressione, soprattutto sulle donne, e di potere politico. Un disegno mai contrastato dall’Occidente, anzi incoraggiato e finanziato per fini strategici. Il padre assassino di Nosheen è figlio di questa aberrazione, di questa barbarie diventata “cultura”. Proteggere il sogno di libertà di questa giovane donna, il coraggio di sua madre e delle altre migranti, è il nostro compito di accoglienza come paese civile. Come quello di combattere il fondamentalismo religioso e politico, l’intolleranza, la violenza degli uomini, a qualsiasi paese o cultura appartengano.

 

Cristina Cella         l’Unità  5 ottobre 2010

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