A sentire certe dichiarazioni politiche, in questi ultimi mesi, non si può fare a meno di provare una profonda sensazione di disagio. Tutto avviene come se l’Europa, e più precisamente la Francia, fosse devastata da orde definite barbariche o si sforzasse di preservare per quanto possibile le ultime vestigia della sua civiltà, minacciate da influenze straniere distruttrici della nostra identità. Come se questa parola potesse, per noi, eredi di Roma, di Atene e di Gerusalemme, essere scritta solo al singolare.Secondo l’immagine popolare, incoraggiata dai discorsi delle alte sfere, sembra che si profilino all’orizzonte lunghe file di minareti a minacciare le bianche e linde chiese. O dei cortei di rom che abbandonano i pollai che amavano un tempo per abbandonarsi a nuove rapine. O anche intere periferie di grattacieli di cemento che sarebbero i feudi della criminalità e di una violento fondamentalismo religioso.

Tutto un universo di paure oscure, di odi e di pregiudizi immemorabili risorge così sotto i nostri occhi. Con lo stesso seguito di falsi rimedi, si dispiegano impressionanti unità di polizia e di carabinieri per “ristabilire” la legge in luoghi che chiedono in primo luogo maggiore umanità. Non si brandisce più solo la giustizia contro gli agitatori, ma li si minaccia ulteriormente con una pseudo-morte civile, con la decadenza della nazionalità. Si vedono perfino dei parlamentari e dei governanti lasciarsi andare al calcolo preventivo delle colpe imputabili a questo o a quel gruppo etnico o religioso, come se ciascuna di queste comunità messe in questo modo alla gogna fosse per natura votata ad essere l’agente del male e del disordine.

Soprattutto, si continua a mettere in primo piano le preminenza di una “identità nazionale” che non sarebbe un corpus di valori morali, ma una sorta di grazia immanente riservata ad alcuni buoni individui. È questa identità vaga che sottintende un discorso di sicurezza fondato su paure irrazionali e su un sentimento di continua preoccupazione, di fronte ad una sorta di generalizzazione immaginata della violenza e della trasgressione delle leggi.
Questi comportamenti hanno qualcosa di derisorio e di tragico. Tutto avviene come se, di fronte alla mondializzazione degli scambi, all’uniformarsi dei modi di vita su scala planetaria, alla mescolanza sociale sempre più pronunciata e alla rimessa in discussione delle credenze e delle ideologie tradizionali, la società cercasse di inventare nuovi criteri di differenziazione.

Tali criteri vorrebbero legittimare de facto delle situazioni dove l’appartenenza etnica o religiosa permette di classificare gli esseri umani in “buoni” e in “cattivi”, definendo il loro posto nella scala sociale.
Reazione primaria alla improvvisa accelerazione della Storia? In pochi decenni, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, il mondo è cambiato più di quanto non l’abbia fatto dall’Antichità fino alla rivoluzione industriale. Le nostre società sono diventate più che mai urbane, comportando la diluizione dei modi di vita e delle credenze specifiche di vari ambienti. La scomparsa di forti impedimenti alla libera circolazione delle persone e dei beni si è tradotta in prodigiosi flussi migratori dal Sud verso il Nord, e all’interno stesso del Nord sviluppato.

Questi flussi hanno favorito l’emergere di società multietniche e multiconfessionali, divenute la norma, e il futuro.
Il livello di vita globalmente più elevato e lo sviluppo di nuove tecnologie hanno trasformato il nostro ambiente e il nostro rapporto con il mondo, aumentando il numero degli esclusi, incapaci, per diverse ragioni, ad adattarsi a così rapidi sconvolgimenti, confinandoli nella loro miseria che li obbliga a “barcamenarsi” per sopravvivere, e nel ripiegamento all’interno delle comunità di provenienza, talvolta difensivo e aggressivo. E allora si inventa, a mo’ di fallaci protezioni, la paura dell’altro e la volontà di distinguersi da lui ad ogni costo con diversi mezzi. Con, come corollario, il ritorno in forze della xenofobia, del razzismo e dell’intolleranza di fronte a tutto ciò che è diverso,
quindi minaccioso.

Tutto avviene come se la xenofobia e il rifiuto dell’altro fossero l’unico linguaggio comune a tutte le aree geografiche e culturali, come mostrano tanti avvenimenti che si manifestano simultaneamente ai quattro angoli del mondo.
Non fa eccezione alla regola neppure la Francia, che vorrebbe svolgere il ruolo di laboratorio sperimentale di questo nuovo sfruttamento contestabile dell’alterità e dell’identità. Di fronte alle minacce che ci vengono brandite (etniche, culturali e religiose), di fronte alle derive di certi governanti, dovremmo invece dare il benvenuto (e non il biasimo) a coloro che consensualmente nelle ONG e nei media alzano la loro voce per costruire un baluardo contro il ritorno dei vecchi odi. Queste voci, la cui sola religione è il primato dell’individuo sul gruppo, le preminenza dell’umano
sul gioco politico, potrebbero costituire un’identità abbastanza forte per bloccare la cancrena degli animi.

René Guitton*     in “La Croix”, quotidiano cattolico francese,  29 settembre 2010

*René Guitton è editore, autore e socio esperto di Global Expert Finder (un progetto dell’Alleanza
delle civiltà dell’ONU)

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